L’autosospensione non tutela il PD, anzi.

domenica, luglio 24th, 2011

Da sinistra seduti Franco Nicoli Cristiani, Davide Boni e Filippo Penati, in piedi Carlo Spreafico e Massimo Ponzoni

Come ogni altro iscritto al PD mi auguro che Filippo Penati riesca a “dimostrare” quanto prima la sua innocenza. Uso questa espressione ben sapendo che l’onere della prova, della “dimostrazione”, non sarebbe – in teoria – a suo carico.

Trovo un po’ stucchevole, invece, che alcuni chiedano a Penati di tutelare il “buon nome del PD” dimettendosi da Vice Presidente del Consiglio Regionale. Il buon nome del PD l’avremo tutelato se verrà dimostrato che abbiamo saputo selezionare una classe dirigente di onesti e capaci. Non sono certo le dimissioni di Penati a certificare questo. E non c’è alcuna “diversità” da certificare con atti “clamorosi”. E’ tutto molto più semplice: selezionare dirigenti che non rinuncino a fare politica in cambio di finanziamenti personali, di corrente o di partito. Se dimostreremo di averlo fatto, di aver selezionato buoni dirigenti, avremo fatto un buon servizio a noi stessi, al Partito e al Paese. Altrimenti non ci sono dimissioni che tengano…

Ciò che si deve chiedere a Filippo Penati, invece, è di tutelare la capacità del PD di fare politica. Il PD, in quanto maggiore partito dell’opposizione è rappresentato nell’Ufficio di Presidenza del Consiglio Regionale da due Consiglieri: Filippo Penati, vice presidente, e Carlo Spreafico, consigliere segretario. Rinunciare alle funzioni di Vice Presidente senza consentire che qualcun altro del PD possa sostituirlo nelle funzioni non è fare un favore al PD. Anzi. E’ fare un favore a Davide Boni (presidente) alla Lega e al Pdl. Si perde capacità di incidere nell’ordine del giorno, nella conduzione dei lavori d’aula, nelle delibere di spesa… etc… etc..

Per il bene del PD, Filippo Penati non deve dimostrare di avere un corredo genetico migliore di quelli di destra. Per il bene del PD, Filippo Penati deve innanzitutto pensare a salvaguardare la capacità del PD di fare opposizione in Consiglio Regionale. Dimettendosi da Vice Presidente.


Update – 25.7.2011

Filippo Penati così scrive su Facebook:

Ribadisco la mia totale estraneità ai fatti che mi sono contestati, mentre rilevo che non cessano le ricostruzioni parziali, contraddittorie e false indotte da altre persone coinvolte nella vicenda.Sono accusato con una montagna di calunnie da due imprenditori inquisiti in altre vicende giudiziarie che cercano così di coprire i loro guai con la giustizia. Non ho mai preso soldi da imprenditori e non sono mai stato tramite di finanziamenti illeciti ai partiti a cui sono stato iscritto. Ora il mio primo obiettivo è quello di recuperare la mia onorabilità, di restituire serenità alla mia famiglia e non voglio che la mia vicenda e la conseguente martellante campagna mediatica creino ulteriori problemi al mio partito.Per questo ho comunicato oggi al segretario Pierluigi Bersani la decisione di autosospendermi da tutte le cariche che attualmente ricopro nel Partito democratico. Sono convinto che riuscirò a chiarire tutto e confido di poterlo fare nel più breve tempo possibile forte della consapevolezza di non aver commesso alcun reato.Subito dopo aver ricevuto l’avviso di garanzia mi sono autosospeso dalla vice presidenza del consiglio regionale.Ho fin da allora considerato l’autosospensione un fatto transitorio e di breve periodo confidando in un rapido chiarimento della mia posizione . Oggi di fronte all’enorme risalto è improbabile pensare ancora ad una rapida chiusura dell’intera vicenda. Il prevedibile allungarsi dei tempi mi impone quindi di fronte alla necessità di non privare i gruppi consiliari di minoranza del vice presidente in loro rappresentanza. Pertanto è mia intenzione trasformare la mia autosospensione in dimissioni.Comunicherò la mia decisione e ne spiegherò le ragioni al gruppo Pd e agli altri gruppi di minoranza.

Esattamente quello che è bene faccia un dirigente politico.

Due “NO” per l’acqua pubblica

domenica, giugno 5th, 2011

Lo scorso 11 aprile scrissi un post per spiegare i motivi per i quali un ecologista dovrebbe – a mio avviso – votare “No” al Referendum sull’acqua del 12 e 13 giugno.

Nel frattempo il PD ha definitivamente deciso di sostenere il doppio SI. Una decisione sbagliata e in contraddizione con quanto cercammo di fare quando eravamo al Governo con Prodi  (e che la sinistra radicale ci impedì di fare). Me lo ricordo bene perchè in quel frangente ero nella segreteria nazionale dei Verdi e mi opposi solitario all’alleanza del “nostro” Ministro (Pecoraro Scanio) con Ferrero e Diliberto contro il pacchetto di liberalizzazioni di Bersani e Lanzillotta. Vinsero Pecoraro Scanio, Ferrero e Diliberto e l’acqua fu stralciata dal pacchetto…

Alcune voci, però, si sono levate (nel PD) in questi giorni per sostenere – quantomeno – il No al secondo quesito sull’acqua: quello che vorrebbe eliminare la remunerazione del capitale investito.  Tra gli altri, Chiamparino, Renzi, Enrico Letta, Enrico Morando.

Il 12 e il 13 giugno, dunque, andiamo a votare ma andiamo a votare leggendo, pensando e valutando il testo che ci viene chiesto di abrogare. Non la “spallata” a Berlusconi che rischia di diventare una “spallata” al buon senso e ai valori fondativi del Partito Democratico.

Qualcosa da leggere prima di scegliere:

“Dietro la bandiera dell’acqua pubblica il primo quesito punta a tornare, non solo nel settore idrico, ma anche in quelli dei rifiuti e dei trasporti, alla mera gestione diretta dei servizi da parte dei comuni, peraltro tuttora prevalente” (…) “Il referendum punta a liquidare i tentativi avviati dai governi di centrosinistra per portare i servizi pubblici locali a una gestione industriale orientata all’efficienza e superare finalmente forme di gestione dei servizi che sono finite nel vicolo cieco di un drammatico fallimento (…) È sconfortante dover constatare che il secondo quesito referendario costituisca un ritorno a concezioni ingenue risalenti all’infanzia della sinistra e di cui già Marx aveva fatto giustizia”

Claudio De Vincenti, già consigliere economico del viceministro delle Finanze, Vincenzo Visco, e presidente del Nars

“Blocco dell’impiego di capitale proprio, tutto a debito, con leve finanziarie lunghissime; le banche diventerebbero il soggetto economico che domina la politica degli investimenti nel settore; il debito pubblico implicito (ed esplicito) aumenta, a carico delle generazioni future. Insomma, a me sembra che valga la pena impegnarsi per far vincere il No a questo referendum”

Enrico Morando, parlamentare PD

“In un quadro di crisi della finanza pubblica la tariffa è l’unico modo per coprire i costi di investimento e di gestione, per stimolare gli interventi necessari a migliorare i servizi resi ai cittadini” (…) “di per sé la gestione privata non è incompatibile con la fornitura di un servizio accessibile a tutti. Così come, all’opposto, la gestione pubblica purtroppo non è garanzia sufficiente della fruizione diffusa del bene e soprattutto della sua qualità”

Giulio Napolitano, docente di diritto amministrativo ed esperto di diritto pubblico dell’economia

“Se dovesse passare il referendum sull’acqua faremo un tragico passo indietro in direzione di una minore liberalizzazione” (…) “nella legge Ronchi-Fitto, che sara’ sottoposta a votazione il 12/13 di giugno c’è scritto che l’acqua resterà un bene pubblico quindi non e’ in discussione; è in discussione il modo con cui si affida la gestione dei servizi di captazione, distribuzione, depurazione dell’acqua, di raccolta, smaltimento, termovalorizzazione dei rifiuti, di trasporto locale”  (…)  ”tutti gli investimenti che in questi tre settori si calcolano nei prossimi dieci anni, per 120 miliardi di euro, vanno sul debito pubblico. Siccome dobbiamo, per vincolo europeo, sanzionato ormai dall’Europa oltre che dai mercati, ridurre il debito pubblico del famoso 1/20esimo, praticamente del 3% l’anno, come si fa ad investire in questi settori, che hanno disperato bisogno di investimenti?”

Franco Bassanini, già ministro del Governo Prodi, Presidente della Cassa Depositi e presiti

Che sia stato Batman?

sabato, aprile 16th, 2011

Il Corriere della Sera cerca di ricostruire la paternità del manifesto “Via le BR dalle procure” in questi giorni apparso sui muri di Milano:

LA PAGINA FACEBOOK – Anche se la fantomatica «Associazione dalla parte della democrazia» non ha un suo sito Internet, esiste però una pagina Facebook dalla quale è possibile scaricarle i manifesti: www.governoberlusconi.it. E la pagina fa riferimento, come autore, al blog www.ilquadernoazzurro.info, opera del deputato Pdl Antonio Palmieri, che si occupa della comunicazione su Internet per il premier.

Dalla pagina facebook di Palmieri i manifesti sono prontamente spariti e, per la verità, il deputato Pdl sostiene che su quella pagina siano stati messi dai suoi collaboratori che li hanno rielaborati dopo averli fotografati per la strada… che è un po’ come dire: “non li abbiamo fatti noi ma ci piacevano così tanto che li abbiamo ricostruiti a Photoshop…”.

Ma chi è Palmieri? Palmieri è l’alfabetizzatore digitale di Berlusconi, quello incaricato di insegnargli che la “doppia O” in “Google” si pronuncia “U”. Quello che si occupa della comunicazione internet del partito e l’ispiratore dell’opuscolo morattiano ”I cento progetti realizzati.

Antonio Palmieri non ha solo ideato l’opuscolo elettorale. Sempre dalla sua rassegna stampa scopriamo che oggi è stabilmente nel “Dream team” elettorale del Sindaco Letizia Moratti:

Del “dream team”, che si riunisce settimanalmente, fa parte anche Palmieri: si occuperà del programma. E non avrà problemi visto che sulla biografia scrive: “Ho fatto tutte le campagne elettorali nazionali e la prima campagna per l’elezione di Albertini sindaco, maturando una cospicua esperienza sul campo del marketing politico”. La lista continua con il pranoterapeuta Mario Azzoni, promosso presidente dell’associazione del sindaco “Casa Letizia”, e  Roberto Poletti. Il giornalista, diventato direttore del canale digitale terrestre Milano2015, dallo scorso giugno si occupa anche “dello sviluppo dei canali di informazione e di relazione con i clienti” di Atm. In questa veste, riporta direttamente al direttore marketing e comunicazione dell’azienda, Marco Pavanello. Ed è qui che il cerchio si chiude. Perché proprio Pavanello partecipa con sempre maggiore frequenza ai brain storming, mettendo a disposizione della sua “azionista” l’esperienza nel campo dei trasporti. La campagna, però, è lunga. E i fedelissimi destinati ad aumentare.

Insomma un insano miscuglio di ruoli pubblici e privati, incarichi elettorali e stipendi Atm che vede nella stessa squadra il Deputato Pdl, il conduttore televisimo ex deputato Verde per volontà di Pecoraro Scanio (e ora – anche – sviluppatore dei canali Atm), il manager pubblico.

E tra tante teste, tanti ruoli, tanti datori di lavoro, nessuno che abbia il coraggio di dire “Si, il manifesto l’ho fatto io”. Ma non erano le BR quelle che, ai tempi, si nascondevano?

Che sia stato Batman?

Ecco perchè un ecologista dovrebbe votare “No” ai Referendum sull’acqua

lunedì, aprile 11th, 2011

giù le mani
dalla brocca:
l’acqua è nostra
non si tocca!
disse il sorcio
dalla fogna
dove l’acqua
finisce e fiocca.



L’istat ci dice che ogni 100 litri di acqua potabile erogati alle famiglie, 47 sono stati dispersi nel terreno
. Nel terreno, non nella rete fognaria (licenza poetica). Comunque li buttiamo nel cesso (metaforicamente). A Berlino, per fare un paragone, siamo al 5% di dispersione.

Eppure l’acqua è un “bene comune”. E’ vita. Un diritto umano. Una merce di inestimabile valore. Comunque la vediate ideologicamente, l’acqua è importante.

Lo Stato italiano, attraverso i suoi consigli di amministrazione locali, l’ha sempre gestita (nella media) con il culo. E il numero dei Consiglieri di amministrazione non è mai stato direttamente proporzionale alla buona gestione e al buon uso che s’è fatto del bene.

Ora due Referendum vorrebbero cancellare una brutta legge del novembre 2009, il cosiddetto Decreto Ronchi, riconsegnando allo Stato (alle sue articolazioni) la gestione (la proprietà non l’ha mai persa) della rete idrica: fuori i privati (il primo) e sull’acqua non si può guadagnare (il secondo).

E siccome demagogia se n’è fatta tanta negli ultimi anni, chiamando privatizzazione ciò che non lo era, oggi nessuno che abbia il coraggio di dire che se una società (pubblica o privata che sia) gestisce la rete sulla base di regole chiare e impegni inderogabili (quindi di un capitolato ben scritto e ancor meglio controllato) magari non se la sente di vendere solo 100 litri di acqua dopo averne comprati 147.

Sempre per un surplus di demagogia difficilmente recuperabile quando si è all’opposizione (ma poi una volta al Governo ristabiliremo la supremazia del mercato a tempi di record!) nessuno dice – sia pur timidamente – che un “bene comune” sempre più prezioso è bene non regalarlo. Perché se lo si regala, facilmente questo viene sprecato. Le politiche di welfare in un paese civile e avanzato non si fanno abbassando il prezzo politico dei beni da conservare. Le politiche di welfare si fanno invece integrando i redditi dei cittadini che ne hanno bisogno. E in altri, ancora più efficienti, modi.

Che fare allora della Legge Ronchi? Cambiarla. Occorre cambiarla. Con Referendum o con Legge del Parlamento, deve essere cambiata. Ma non ripristinando la gestione solo statale della distribuzione dell’acqua.

Serve invece stabilire regole chiare e precise per gli appalti. Serve un’autorità indipendente dai partiti, dalle aziende e dagli Assessori, che controlli  la buona stesura dei capitolati, la buona gestione, il soddisfacimento delle clausole contrattuali e che le tariffe siano eque. Quell’Autority che il centro destra si è rifiutato di istituire.

La vittoria del SI al Referendum (la ristatalizzazione) sarebbe invece un disastro. Un disastro dal punto di vista dell’acqua. Non sarebbe invece un disastro per i tanti nuovi consiglieri di amministrazione pubblici in via di nomina. Ma non era questo il senso della poesia.
.

Le primarie e le alleanze. Ma prima, cosa siamo?

sabato, dicembre 18th, 2010

Arrivo tardi nel commentare l’intervista di Bersani ma forse è meglio. In questi due giorni ho letto le opinioni altrui. Molte opinioni altrui. Buone opinioni, tra le tante. Aggiungo la mia perchè il PD, che a volte sembra solo capace di discutere e dividersi, ha invece bisogno di dibattere e dialogare. E poi scegliere la strada.

In questi mesi ho sofferto molto lo spostamento a sinistra (secondo il metro di misura del secolo scorso) del PD. Siamo arrivati al punto (e mi pare di essere stato uno dei pochi a dirlo) che il campione del “riformismo” in Lombardia quel Filippo Penati che candidammo alle regionali, ha fatto una campagna elettorale all’insegna dell’acqua statale e del no al nucleare in Lombardia. Sembrava il mio amico Carlo Monguzzi. Non entro nel merito dei due temi (sul nucleare e sulla gestione dell’acqua sapete forse come la penso). Dico solo che per tentare di vincere in Lombardia avremmo dovuto impostare un programma e una propaganda che parlasse anche ad altri, ai cittadini, ai lavoratori ai consumatori. Mica poco.

E così è stato su quasi tutto. Con il responsabile “economia” del Partito (Fassina) che partecipava alla manifestazione Fiom e Pietro Ichino che veniva totalmente ignorato dall’Assemblea nazionale del PD.

Insomma, in questi mesi abbiamo costruito un PD che rincorre a sinistra il fantasma di Vendola.

E oggi ci si stupisce se qualcuno pensa e dice: “ma che c’entriamo noi con il terzo polo?”.

Qualcuno forse può pensare che un’alleanza con API-UDC-FLI porterebbe a ristatalizzare l’acqua (un bene pubblico e comune oggi assai sprecato dallo Stato), chiudere con la propaganda sull’atomo, riconsegnare il mercato del lavoro ai contratti a tempo indeterminato e all’art. 18 (tutti i precari compresi)?

Si può forse pensare, allora, che il problema siano le primarie? Ma di cosa stiamo parlando? Mi sembra di essere Pazzaglia nel dire che le primarie possono essere un obbligo statutario solo se del PD. Non fuori. Le primarie che possiamo imporci sono quelle per scegliere i nostri candidati, i parlamentari. E’ un dovere morale farlo soprattutto dopo che abbiamo tentato di dar vita a un governo tecnico che cambiasse il “più grave problema italiano”: la legge elettorale che impedisce il diritto di scelta ai cittadini. E le virgolette non segnalano la citazione ma l’ironia…

Non possiamo invece imporre le primarie ai futuri alleati. E’ quasi ridicolo discuterne… e infatti stiamo discutendo quasi solo di questo.

Dovremmo discutere invece, assai di più, su cosa siamo e cosa vogliamo diventare. Perchè da questo, non dalle forme di selezione del candidato, discendono le alleanze.

Banalizzo: se Marchionne è un “nemico del popolo”, possiamo forse proporre un’alleanza ai “marchionani”?

Continuo a banalizzare: Se raccogliamo le firme per l’acqua solo statale, se saliamo sui tetti delle università, se scendiamo in piazza solo con i lavoratori più “privilegiati”, possiamo proporre un’alleanza con i nostri avversari?

Oggi sappiamo che se il Governo Berlusconi cade si va a elezioni. Come è normale che sia. Come è giusto che sia. Perchè la sovranità appartiene al popolo e questo è senza ombra di dubbio il vincolo costituzionale più “democratico”. Poi vengono tutti gli altri, compreso il rispetto delle prerogative del Capo dello Stato. Un governo “tecnico” che ha come unico mandato politico quello di creare un periodo cuscinetto, di preparazione, alla sfida Berlusconi si-Berlusconi no, non sarebbe stato un Governo democratico. Perchè i cittadini hanno votato “Berlusconi presidente”.

Oggi, però, stiamo parlando d’altro. Per fortuna.

Stiamo parlando di quali alleanze elettorali fare alle prossime elezioni politiche generali. Tutto sarà legittimo. Compreso vincerle con un’alleanza che vuole riformare l’Italia. Sarà legittimo anche proporre una nuova armata Brancaleone che il giorno dopo si divide su tutto.

E qui sta il problema, la cosa che dobbiamo discutere, la politica che dobbiamo fare.

Quale politica vogliamo fare? Per il lavoro, Ichino o Fassina? Se scegliamo Ichino verrà da se che cercheremo alleanze tra un Vendola che vuole completare la metamorfosi in sinistra di governo e i settori più innovativi del terzo polo (e chi l’ha detto che il terzo polo deve essere “prendere o lasciare”?). Se sceglieremo Fassina, andranno bene Vendola così come è ed anche Ferrero e Diliberto e Di Pietro. A quel punto, però, andranno bene solo a voi.

Ciò che non si può fare se si vuole governare dopo aver vinto le elezioni è scegliere Fassina e governare con “Marchionne”.

Ciò che non si può fare è una campagna “contro il nuovo fascismo” insieme a Tremaglia.

Ciò che non si può fare è decidere le alleanze prima di aver deciso cosa siamo noi o continuare a cambiare “cosa siamo noi” in base alle alleanze.

A settembre scrivevo:

Forse è questo che deve cambiare. Velocemente. Iniziare a ragionare sulle cose da dire e da fare. E con sincerità dire come la si pensa: cosa si dovrebbe fare per vincere. E sulla base di questo collocarsi.

Ora più che mai.

Ma in che paese del mondo?

mercoledì, dicembre 8th, 2010

in che paese del mondo… un segretario di partito attacca sul suo canale Youtube il Sindaco, del suo stesso partito, di una grande città.

Capisco che gli possa sfuggire una battuta alla domanda di un giornalista.

Non capisco che dia ordine al suo addetto stampa di chiamare la redazione della TV, farsi mandare il video, chiedere a un funzionario del PD di montarlo e a un altro di caricarlo su Youtube. Non per costruire quella famosa “alternativa” ma per attaccare un proprio Sindaco.

Un amico ha commentato:

direi che sono tutti talmente impauriti che non vedevano l’ora di attaccare Renzi

Forse è così, ma a me non sembra un paese normale. Anzi, no, è il partito a non essere normale. Il paese legge divertito le cronache dal bunga bunga e tira avanti come può. Aspettando un’alternativa.

Io, nel caso, restituisco la tessera

domenica, novembre 21st, 2010

In questo caso:

La reazione del Pd – Maurizio Migliavacca, coordinatore della segreteria democratica e presente al congresso apre all’alleanza: “Nonostante le differenze, credo che ci possa essere un orizzonte comune, vale a dire una difesa dei valori della Costituzione e del rinnovamento della democrazia italiana in senso europeo e democratico”. Sulla stessa linea Vincenzo Vita: “Il Pd fa bene a interrogarsi sui rapporti con il centro moderato, ma il suo futuro sta in un rapporto rinnovato con la sinistra di Vendola e della Fds”. Ora bisognerà vedere cosa decide il segretario Bersani, che comunque in passato si è mostrato possibilista.

Il nuovo socialismo – Al congresso, comunque, si sono delineate le linee di questa unione a sinistra. L’obiettivo non è più il comunismo, ma il “socialismo del XXI secolo” che in America Latina vince e governa. Le parole d’ordine sono no al federalismo, politiche fiscali che “spostino i carichi dal lavoro ai guadagni di capitale e alle rendite”, una “legislazione del lavoro che contrasti la precarietà”, il riconoscimento del “matrimonio tra persone dello stesso sesso”, l’”uscita dalla Nato, il ritiro unilaterale dall’Afghanistan e la chiusura delle basi militari straniere in Italia”.

Formigoni vuole ricandidarsi alle politiche

lunedì, novembre 15th, 2010

Lo annuncia su Twitter come solo lui sa fare:

Roberto Formigoni


@r_formigoni
Roberto Formigoni

Berlusconi is our election candidate. I will serve as President of the Lombardy Region ready for all judgements from our party leaders.

Che tradotto significa: Berlusconi questa volta non riuscirai a togliermi di mezzo. Io dopo questo mandato in Regione non so più cosa fare e tu sei piuttosto vecchio quindi sarò io il tuo successore. E questa volta non riuscirari a farmi fuori. A questo giro voglio fare il Ministro. E la Lombardia la rimandiamo al voto.

P.s. ma voi l’avete capito perchè Formigoni su Twitter scrive solo in inglese?  Son tutti italiani quelli che lo seguono…

Rottamatori, prossima fermata PD?

lunedì, novembre 8th, 2010

Eccomi, su Giornalettismo con un resoconto un po’ commento alla convention organizzata da Matteo Renzi e Giuseppe Civati a Firenze, stazione Leopolda.

A Firenze ma poi torno

venerdì, novembre 5th, 2010

Partiamo in cinque, in auto, sabato mattina (oggi proprio non riesco) per andare a Firenze all’incontro organizzato da Pippo Civati e Matteo Renzi.

Vado perchè nel PD c’è bisogno di discutere un progetto ancora più di una linea programmatica. Progetto che le primarie (quelle per l’elezione del Segretario nazionale Pierluigi Bersani) non hanno chiarito. Le primarie sono così nel nostro partito: schieramenti un po’ a prescindere. E questo è un virus e al tempo stesso una manifestazione della malattia del PD. E spero non lo sia anche dei “fiorentini”.

Vado a Firenze anche perchè in tutti questi mesi ho sentito solo Matteo Renzi e Pippo Civati dire che un Governo che vada da Tremaglia a Rosy Bindi con l’appoggio esterno (esterno al Parlamento) di Nichi Vendola è una cagata pazzesca.

E vado a Firenze, infine, perchè mi è stato chiesto un contributo sulla questione dell’innovazione e del passaggio della Pubblica amministrazione all’utilizzo di formati aperti e software libero e open source. Una proposta, questa, che trasformai in Progetto di Legge nel maggio del 2007, al termine di un lungo lavoro fatto insieme al Tavolo di lavoro “Politica del software nella P.A.”. Un “tavolo” di discussione in cui mi confrontai insieme ad associazioni indipendenti, liberi professionisti, piccole, medie e grandi aziende, dalla Sun Microsystem alla Ibm alla Microsoft. Un tavolo che produsse quel progetto di Legge e che insieme a me e ad altri 19 consiglieri, firmò idealmente.

La filosofia del progetto era più o meno questa: la diffusione del FLOSS (Free and open source software) e l’accesso alla conoscenza sono un caposaldo per lo sviluppo della Società dell’informazione e per la costruzione dell’e-government nelle indicazioni della Commissione Europea successive all’Agenda di Lisbona. Il software libero e open source sono inoltre indicati come una delle strade di accesso delle PMI all’innovazione e all’infrastrutturazione tecnologica.

Perchè partire dalla Pubblica amministrazione? Perchè rispondemmo a queste semplici domande: la Pubblica amministrazione deve garantire il diritto all’accesso perpetuo ai propri dati oppure deve rischiare di non potervi più accedere come succede a quelle pagine che scrivemmo con l’antico software che i nuovi PC e i nuovi software non sono più in grado di aprire? Può permettersi la Pubblica Amministrazione di non conoscere la “sorgente dati” del programma che utilizza e quindi di non conoscerne l’attività non manifesta? E’ ammissibile che la PA discrimini i propri cittadini sulla base del sistema operativo in loro uso?

Sono domande epocali, a ben pensarci. E la politica ci pensa troppo poco. Tant’è che il Progetto di Legge neppure fu discusso in Commissione. La politica oggi pensa solo alle televisioni e ai giornali. Ma ai giornali ci pensa solo perchè vengono mostrati nelle rassegne stampa in TV.

E invece l’accesso alla conoscenza del futuro passa anche e soprattutto dall’accesso ai dati elettronici, alla rete e all’informazione. E passa dalla collaborazione, dai processi collaborativi che si rifiutano di proteggere con strumenti nati all’epoca del carbone e dell’acciaio (i brevetti) gli alfabeti della società dell’informazione.

Ecco, andrò a Firenze anche per dire queste cose. Poi torno a Bergamo, al mio vecchio nuovo lavoro che in questo periodo mi appassiona assai più della politica. Ma spero di cambiare idea, magari nel week end.