Prima che fosse troppo tardi sostenevo che i Verdi in Lombardia dovessero fare un partito autonomo federato. Come la CSU in Germania scrivevo e dicevo. Il motivo? Due anni fa i numeri dei Verdi erano questi: circa 30mila iscritti in Italia, di cui 8mila circa in Campania, e 6mila nel Lazio. Numeri che non hanno rapporto con la società, con la popolazione, con l’economia e, ritengo, neppure con la migliore politica.
E’ inutile prendersi in giro. Le regioni italiane sono diverse non solo per freddi indicatori economici e sociali ma anche per la cultura prodotta dalla storia di quei e questi luoghi. Mi riferisco agli ultimi duecento anni di storia, almeno. E questi duecento anni non si cancellano con una riforma, una legge o un regolamento.
Oggi al Sud non c’è solo un’economia molto più statale e statalista di quella del nord, c’è anche un’aspettativa da parte del cittadino nei confronti dello Stato, della politica e dei partiti assai differente: ancora troppo spesso fondata su quello scambio tessera-lavoro che al nord s’è perso con la liberazione e il successivo sviluppo. Salvo che negli alti gradi di Ospedali, Asl ed enti pubblici vari, ovviamente.
Al Sud, quindi, c’è una naturale, maggiore, propensione all’iscrizione ai partiti. A qualunque di questi. E ciò non è un bene per i partiti. Non lo era e non lo è per i Verdi, esattamente quanto non lo era per i DS nel 2007. Non conosco ancora i numeri degli iscritti del PD.
Allo stesso modo non era un bene (e lo scrissi nel luglio del 2007) il sistema maggioritario uninominale perchè nel centro sinistra produceva Gruppi parlamentari meridionali.
Quindi serve il federalismo nei partiti. Serve almeno quanto serve all’Italia. Serve per tornare a vincere. Non per allearsi con chi fino ad oggi ha vinto proponendo valori e programmi spesso opposti ai nostri.