
Eugenio Scalfari oggi scrive di aiuti di stato alle banche e di federalismo per giungere alla conclusione che “se c’era un momento in cui sarebbe stato insensato parlare di federalismo fiscale, quel momento è esattamente l’autunno del 2008″.
Quale errore sarebbe, invece, tornare indietro. Le difficoltà sono molte e Scalfari le elenca tutte: la definizione dei costi standard per stabilire i parametri di una “buona spesa” regionale e, quindi, capire quante risorse che oggi sono riscosse dallo Stato dovranno essere riscosse dalle Regioni e dagli enti locali per garantire i diritti fondamentali. In pratica: se oggi per l’assistenza a un malato la Regione X paga 3Y ma il costo di questo servizio, sul mercato di tutte le altre regioni, è soltanto 2Y, lo stato definirà 2Y il costo standard e corrisponderà ad una quota di tasse e imposte che da quel momento sarà riscosso dalla Regione anzichè dallo Stato.
Difficile, certo, ma quale sarebbe l’alternativa?
Possiamo permetterci altri Storace nel Lazio, altri Scapagnini a Catania?
Io non credo. Penso invece che il federalismo lo dovremo costruire con calma, settore per settore; con giustizia, definendo buoni parametri capaci di garantire gli stessi diritti fondamentali al cittadino di Palermo e a quello di Bolzano; con rigore, obbligando alla responsabilità i governi locali e i cittadini elettori. Perchè anche il cittadino di Catania deve capire che il voto venduto, prestato o scambiato ha un costo sociale che l’Italia non può più permettersi e che con il federalismo fiscale anche lui ne pagherà il prezzo.