Archive for the ‘Blog(s)’ Category
Blogger libera tutti
mercoledì, giugno 16th, 2010Non posso che aderire all’iniziativa promossa da Pippo Civati, Matteo Orfini e Paolo Gentiloni. In pratica una catena per spezzare le catene. Un’iniziativa sul web, la prima del PD, per rivendicare la diversità dei blog dai quotidiani registrati. Perchè internet è libertà, ma potrebbe non esserlo.
Chiudere per rettifica, il bavaglio è anche alla rete
venerdì, giugno 11th, 2010Il bavaglio è soprattutto alla rete. Guido Scorza ce l’ha spiegato per dei mesi. E ora manca solo il voto alla Camerà perchè diventi legge:
Il rischio che oggi diviene realtà è quello che ho già paventato decine di volte: all’indomani dell’entrata in vigore della nuova disciplina sulle intercettazioni, la Rete rischia di “chiudere per rettifica” (lo scrivevo, ironia della sorte, esattamente l’11 giugno del 2009!).
Che siate un blogger, il gestore di un “sito informatico” o piuttosto abbiate un canale su You Tube, in un momento qualsiasi, magari nel mezzo delle Vostre agognate vacanze, qualcuno potrebbe chiedervi di procedere alla rettifica di un’informazione pubblicata e Voi ritrovarvi costretti a scegliere se dar seguito alla richiesta senza chiedervi se sia o meno fondata, rivolgervi ad un avvocato per capire se la richiesta meriti accoglimento o, piuttosto, opporvi alla richiesta, difendendo il vostro diritto di parola ma, ad un tempo, facendovi carico di grosse responsabilità.
Ve la sentirete di rischiare in nome della libertà di parola attraverso un blog che non vi da da mangiare e vi porta via, invece, decine e decine di ore di sonno?
Temo che in molti risponderete (o magari risponderemo) di no!
E se vi distraesse un attimo dal vostro blog, magari, per lavorare e riceveste una richiesta di rettifica?
In forza della nuova disciplina andreste in contro ad una sanzione fino a 12 mila e 500 euro per non aver provveduto alla rettifica entro 48 ore…
Non dovrete portarmi le arance
lunedì, giugno 7th, 2010
Avevo scritto questo post, annunciando di essere stato querelato dall’On. Giammanco, perchè in Questura a Bergamo la Polizia Postale di Milano questo mi aveva comunicato. E io confermai loro il mio domicilio e la titolarità di questo blog.
Invece no. Mi ha chiamato Gabriella Giammanco per dirmi che non mi ha mai querelato. Poi mi ha chiamato la Polizia Postale di Roma confermandomi che c’è stato un disguido.
Ora mi domando: se non l’avessi scritto sul blog e se la Giammanco non l’avvesse letto, il disguido quanto sarebbe durato? Di sicuro almeno fino al preannunciato interrogatorio. E poi? Blog oscurato per disguido? Parcella dell’avvocato per disguido?
Ne approfitto, ora, per ringraziare chi prontamente aveva espresso solidarietà e sostegno: Leonardo Fiorentini, Daniele Sensi, Il Serio, Il Kuda. Grazie
Giustizialismo low cost: mi hanno querelato
sabato, maggio 29th, 2010Update 7 giugno 2010: Non mi dovrete portare le arance
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Il mio blog non sarà più lo stesso. E neanche il tuo.
venerdì, maggio 21st, 2010
Guido Scorza e Alessandro Gilioli, tra i tanti, ci spiegano che la legge bavaglio, che imbavaglia anche i blog e qualsiasi altro – generico – “sito informatico” ha fatto un altro passo avanti. In Commissione al Senato.
Ma tanti passi avanti li hanno fatti anche gli organizzatori della protesta contro la legge bavaglio. E vale la pena camminare insieme questa volta.
La rete è lombarda e democratica
domenica, febbraio 7th, 2010O almeno quella che risulta dalla classifica di Blogbabel con Ciwati, Saponaro, Campione e Adamoli…
Certo sarebbe bello che al gruppo si aggiungesse anche il Fiore… e mentre lo si aspetta, aiutiamolo a superare il Ministro che si candida al doppio lavoro.
Questo post serve anche per dire che al PD non serve un “figaccione” (veramente c’è ancora qualcuno che pensa che i cittadini siano idioti?). Al Pd serve una linea politica moderna, sicura e capacità di parlare anche ai giovani. In questa classifica ci sta un pezzettino di quel che serve, credo.
“Sono più avanti di Obama” e più alto di Kareem Abdul-Jabbar (218 cm.)
sabato, febbraio 6th, 2010Ma non si rende conto di diventare persino un po’ ridicolo? E io non voglio un “Governatore” ridicolo, anche solo per altri due mesi.
E, poi, se davvero ci tiene ad essere “più avanti” di Obama… perchè non apre ai commenti liberi il canale Youtube di Regione Lombardia e il suo e il suo blog che non ha più? Ma un sito si, ce l’ha. E puoi inviare solo delle email che poi vengono vagliate e pubblicate se van bene. Come su Youtube, insomma.
Un po’ lontano, insomma, dalla politica 2.0, dalle conversazioni, dalla comunicazione bi-direzionale, da Obama…. Oppure è già la politica 2.1?
A domanda rispondo
venerdì, gennaio 22nd, 2010
Hai una domanda da farmi? Puoi farlo QUI su Formspring.
La risposta sarà pubblicata anche sulla mia bacheca di Facebook.
Un bergamasco a Roma
sabato, gennaio 16th, 2010Ieri L’Espresso on line ha pubblicato un durissimo articolo contro Antonio Misiani: il cinese (per la censura), il brunetta (per la “cattiveria” anti “statali”) viene definito dal settimanale politico.
Di cosa è reo Antonio Misiani? Ma di aver bloccato facebook ai dipendenti del PD, ovviamente! Infatti, Antonio è tesoriere nazionale del Partito Democratico e in quanto tale è anche a capo del personale di stanza a Roma.
L’articolo è evidentemente “suggerito” da qualche dipendente, probabilmente proprio da uno di quelli che ha scatenato la “reazione” di Misiani con un comportamento non proprio corretto… oppure non proprio utile al PD e agli italiani se vogliamo vederlo da un’altra angolatura. Ma di questo L’Espresso non sembra preoccuparsene che, anzi, rilancia con la sua star blogger, l’amico e stimato Alessandro Gilioli.
Leggo e rileggo il post di Gilioli. Decido di mandargli privatamente un Sms, che poi ho autorizzato a pubblicare, per chiedergli: “Ma scusa Alessandro, perchè l’addetta alle paghe del PD dovrebbe stare su Facebook sul lavoro?”
Alessandro riprende l’argomento, rispondendo anche a me, e aggiunge un’analisi interessante e in parte condivisibile ma, a mio avviso, totalmente fuori luogo
Quello che mi preoccupa è vedere invece che tanta gente sveglia è ancora così poco consapevole del fatto che in una società moderna per fare bene quasi tutti i mestieri è non utile, ma indispensabile usare la Rete, specie la Rete sociale: e questo è del tutto palese se uno fa un lavoro con evidenti implicazioni sociali (dal commerciante al pubblicitario, dal’avvocato al designer, dal consulente aziendale al docente e così via) ma anche per chi crea benessere per sé e per gli altri in modo apparentemente meno interconnesso: già dieci anni fa si scoprì che perfino i contadini dell’India centrale, se vanno sul web a verificare i prezzi delle sementi e a guardare le previsioni del tempo, a fine anno hanno fatto un raccolto migliore e con incassi più alti.
Non parliamo poi di chi fa il politico, o di chi comunque lavora nella politica.
Orbene, Antonio Misiani, in quanto tesoriere nazionale del PD, è a capo di una struttura che conta più di 100 impiegati. Una struttura in parte politica e in parte no. Amministrativa.
Io non sono riuscito a trovare una sola ragione per la quale si dovrebbe invocare il diritto a un (altro) privilegio della politica: quello dei suoi dipendenti, che non sono dei marziani, non sono diversi dai dipendenti amministrativi della Bayer o della Soleazzurro Snc. Quello di stare su Facebook tutto il giorno durante le ore di lavoro.
Allora il punto è questo, se l’Espresso ritiene una lesione dei diritti universali dell’uomo l’esclusione di Facebook (e di altri siti) da quelli che possono essere visitati in un’azienda, dai computer aziendali, durante l’orario di lavoro, mi aspetto che lanci una campagna internazionale in tal senso. Altrimenti, non i diritti, non le nuove conquiste (conquiste?) del lavoro gli interessano ma la difesa di un privilegio, quello dei dipendenti di un partito. Che non sono solo “politici” e “comunicatori”, come ogni giornalista sa bene.
Nel frattempo, mentre scrivevo questo post, Antonio Misiani ha espresso, proprio su Facebook, il suo pensiero in proposito:
Ho un profilo Facebook. Ho un mio blog. Non di tendenza come altri, ma sulla rete c’è di peggio. E curo di persona sia l’uno che l’altro, senza deleghe a segretarie o portaborse, perché credo che usati in prima persona siano strumenti molto utili per chi fa politica: finestre sul mondo, canali di dialogo e confronto. Mi sento molto lontano, quindi, dal virgolettato che Cristina Cucciniello – con cui non ho avuto mai il piacere di parlare – mi attribuisce sul’Espresso online come motivazione per lo stop di Facebook nella sede nazionale del PD.
Ho però una convinzione: nei luoghi di lavoro, e negli orari di lavoro, il Web 2.0 va utilizzato per lavoro, non per svago personale. Idee da bergamasco sgobbone catapultato nella Capitale? Suggestioni aziendaliste da ex bocconiano? Mentalità da paleolitico, come ha scritto Pippo Civati sul suo blog? Negli Stati Uniti – la patria di Internet, non il paese dei Flinstones – secondouno studio dell’ottobre 2009 il 54% delle aziende blocca completamente l’uso dei social networks, il 35% lo limita ad usi lavorativi e solo il 10% lascia pieno accesso ai dipendenti. Lo stesso sta avvenendo in molte realtà private e pubbliche del nostro Paese. Il dibattito è molto acceso, ma gli alfieri della modernità non stanno tutti da una parte sola.
I partiti politici non sono aziende private. E’ vero, naturalmente. Un partito vive di relazioni con la società. Un tempo si costruivano nei luoghi di lavoro o nelle feste popolari. Oggi le piazze e le fabbriche non sono scomparse (e altri partiti, come la Lega, li presidiano molto meglio di noi), ma Internet sta prendendo il sopravvento. Per tutta una serie di funzioni che si interfacciano con i cittadini i social networks rappresentano per i partiti strumenti di comunicazione imprescindibili. Ma anche il PD, come tante altre strutture lavorative, ha uffici, impiegati, funzionari. E chi lavora nel back office di un partito dubito molto che abbia bisogno di Facebook o di Twitter per svolgere bene le proprie mansioni.
Un blocco indiscriminato non ha alcun senso, ovviamente. Non era e non è questo il nostro obiettivo. Nessuna censura, nessun oscuramento. Non siamo in Cina né in Iran. Ma una razionalizzazione, sì. Può servire: nei luoghi di lavoro di un partito, esattamente come accade nel mondo che sta al di fuori dei palazzi della politica.




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