giù le mani
dalla brocca:
l’acqua è nostra
non si tocca!
disse il sorcio
dalla fogna
dove l’acqua
finisce e fiocca.
L’istat ci dice che ogni 100 litri di acqua potabile erogati alle famiglie, 47 sono stati dispersi nel terreno. Nel terreno, non nella rete fognaria (licenza poetica). Comunque li buttiamo nel cesso (metaforicamente). A Berlino, per fare un paragone, siamo al 5% di dispersione.
Eppure l’acqua è un “bene comune”. E’ vita. Un diritto umano. Una merce di inestimabile valore. Comunque la vediate ideologicamente, l’acqua è importante.
Lo Stato italiano, attraverso i suoi consigli di amministrazione locali, l’ha sempre gestita (nella media) con il culo. E il numero dei Consiglieri di amministrazione non è mai stato direttamente proporzionale alla buona gestione e al buon uso che s’è fatto del bene.
Ora due Referendum vorrebbero cancellare una brutta legge del novembre 2009, il cosiddetto Decreto Ronchi, riconsegnando allo Stato (alle sue articolazioni) la gestione (la proprietà non l’ha mai persa) della rete idrica: fuori i privati (il primo) e sull’acqua non si può guadagnare (il secondo).
E siccome demagogia se n’è fatta tanta negli ultimi anni, chiamando privatizzazione ciò che non lo era, oggi nessuno che abbia il coraggio di dire che se una società (pubblica o privata che sia) gestisce la rete sulla base di regole chiare e impegni inderogabili (quindi di un capitolato ben scritto e ancor meglio controllato) magari non se la sente di vendere solo 100 litri di acqua dopo averne comprati 147.
Sempre per un surplus di demagogia difficilmente recuperabile quando si è all’opposizione (ma poi una volta al Governo ristabiliremo la supremazia del mercato a tempi di record!) nessuno dice – sia pur timidamente – che un “bene comune” sempre più prezioso è bene non regalarlo. Perché se lo si regala, facilmente questo viene sprecato. Le politiche di welfare in un paese civile e avanzato non si fanno abbassando il prezzo politico dei beni da conservare. Le politiche di welfare si fanno invece integrando i redditi dei cittadini che ne hanno bisogno. E in altri, ancora più efficienti, modi.
Che fare allora della Legge Ronchi? Cambiarla. Occorre cambiarla. Con Referendum o con Legge del Parlamento, deve essere cambiata. Ma non ripristinando la gestione solo statale della distribuzione dell’acqua.
Serve invece stabilire regole chiare e precise per gli appalti. Serve un’autorità indipendente dai partiti, dalle aziende e dagli Assessori, che controlli la buona stesura dei capitolati, la buona gestione, il soddisfacimento delle clausole contrattuali e che le tariffe siano eque. Quell’Autority che il centro destra si è rifiutato di istituire.
La vittoria del SI al Referendum (la ristatalizzazione) sarebbe invece un disastro. Un disastro dal punto di vista dell’acqua. Non sarebbe invece un disastro per i tanti nuovi consiglieri di amministrazione pubblici in via di nomina. Ma non era questo il senso della poesia.
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