Il software libero è un diritto costituzionale (ma non in Lombardia)
5 aprile 2010 | di Marcello Saponaro | Archiviato in governo, Innovazione, Libertà, Lombardia | 866 visite.In Piemonte, dove il Consiglio Regionale approvò una legge per favorirlo nella pubblica amministrazione rispetto al software proprietario. Il 22 marzo la Corte Costituzionale ha dato ragione ai legislatori piemontesi, contro il Governo che aveva fatto ricorso in difesa (sostanzialmente) di Microsoft.
In Lombardia, invece, il Governo è intervenuto prima, impedendo la discussione della Proposta di Legge che insieme ad altri 18 consiglieri regionali presentai nel 2007.
Quando si dice “dalla parte delle piccole e medie imprese lombarde”…
Puoi votare l'articolo anche qui, gli articoli precedenti qui.
- Lavori con la pubblica amministrazione e vuoi pure essere pagato?
- Saldi tutto l’anno
- Outing elettorale /1 – Davide Paolillo
- Una firma libera per il software in Lombardia
- Liberi saldi in libero stato
Aggiungi su OkNotizie


Il blog di Marcello Saponaro è realizzato con
aprile 5th, 2010 at 12:27 pm
Sinceramente non riesco a condividere questo punto di vista. Avrebbe senso se si potesse affermare che l’ambiente Microsoft e quello Linux sono perfettamente sostituibili l’uno con l’altro, ma non è così. Anche solo in termini di TCO (Total cost Of Ownership). Che senso avrebbe risparmiare sulle licenze per poi dover spendere molto di più per manutenzione (che richiede tecnici con skill specifici su ambiente Unixlike, per esperienza, più rari di quelli con competenze Windows environment) o in tempo e denaro per l’utilizzo da parte degli utenti finali? Second me le amministrazioni pubbliche dovrebbero avere il pieno diritto di muoversi all’interno di una logica di mercato che gli permettesse di scegliere liberamente, in base all’offerta del fornitore di servizi, se scegliere Linux, Windows o quant’altro. Altrimenti ci troveremmo di fronte ad una distorsione del mercato a mio avviso assolutamente ingiustificata. IMHO, naturalmente.
aprile 5th, 2010 at 12:57 pm
Anche secondo me le “amministrazioni pubbliche dovrebbero avere il pieno diritto di muoversi all’interno di una logica di mercato”. Quindi con logiche anti-monopolio. E quindi assegnando un valore anche a cosette del tipo:
- la perenne accessibilità dei dati (tra trent’anni quanti documenti di Word sono consultabili?)
- l’universalità del diritto di accesso (in Lombardia succede che ai bandi per l’innovazione possano accedere solo chi “possiede” computer con installata una determinata versione di windows…)
- la conoscenza del codice e di ciò che produce, genera e trasmette
- la libertà di modificare e personalizzare il codice
Certo, come dici tu i soldi per le licenze che oggi inviamo negli USA li useremmo per altro… Non certo per una maggiore manutenzione (sicuro che il software Microsoft non abbia bisogno di manutenzione? Anche solo per i Virus…..). Di sicuro per una maggiore *personalizzazione*. E’ una brutta cosa? Personalizzare il software della PA? Ed è una brutta cosa fare in modo che i soldi investiti dalla PA aiutino le piccole e medie aziende lombarde anzichè migrare per le licenze oltreoceano?
ciao
Marcello
aprile 5th, 2010 at 1:20 pm
Scusa Marcello, ma continuo a non condividere (per molte altre cose invece sono pienamente d’accordo con te).
Nessuno dice che si debba poter usare SOLAMENTE l’ambiente Microsoft. Sto solo dicendo che non è corretto, in una logica di mercato, favorire una soluzione rispetto ad un’altra.
- L’accessibilità dei dati è un problema che colpisce indistintamente Microsoft, come l’ambiente open. Credi forse che vi sia una qualche garanzia che un documento OpenOffice (per fare un esempio) tra trent’anni sia ugualmente accessibile? Senza contare che il problema dell’accessibilità dei dati è a monte ben più grave per quel che riguarda i supporti (a questo proposito c’era un bell’articolo sul Corriere online), dato che già oggi molti dati archiviati su supporti obsoleti, sono diventati virtualmente inaccessibili. E’ un problema che riguarda il progresso tecnologico in sé e non certo l’ambiente scelto. E che al momento non si risolve nè con Microsoft, né con l’Open Source. Ma è anche il motivo per cui esistono degli standard (RFC) anche per la documentazione (ad esempio, per i documenti i PDF sono uno standard ed i.doc no, per una serie di motivi che ora non sto a spiegare)
- Sull’universalità del diritto di accesso,invece, ti do pienamente ragione. Anche se, anche in questo caso, bisogna considerare l’impatto del TCO. E’ comunque perfettamente possibile sviluppare soluzioni che producano output standard, accessibili con qualunque OS (penso ad esempio all’XML, tanto per fare un esempio). E questo indifferentemente dall’ambiente operativo a monte.
- Lo sai che l’unico paese che ha richiesto questo è stata la Cina? Questo dovrebbe darci da pensare. Inoltre sono certo che in molte amministrazioni pubbliche si utilizzino macchinari e standard (non necessariamente per il software) che sono brevetti proprietari. Chiedi forse a tutte le aziende che vendono materiale coperto da un qualunque brevetto di poterlo esaminare interamente? Non credo. Perché nel caso di Microsoft dovrebbe essere differente rispetto a qualunque altro fornitore della PA? O riconosciamo la difesa della proprietà intellettuale o non lo facciamo. Vedi tu.
- Ma perché, se un’azienda ti vende un prodotto sviluppato in ambiente Microsoft (e di solito ti vende anche il codice), questo on può essere modificato? E chi lo dice? Qui stiamo parlando solo ed esclusivamente del sistema operativo su cui il software gira. Io posso, ad esempio, sviluppare un DB MySQL installato su Windows (tanto per fare nu’esempio) o in Java e nulla impedisce alla PA di poter modificare l’applicazione in seguito.
Io non ho affatto detto che Microsoft non richieda manutenzione (anzi, ne richiede tantissima, esattamente come ne richiede Linux, avendo a che fare quotidianamente con entrambi gli ambienti posso dirti che tutti gli OS richiedono adeguata manutenzione), ho detto che il costo di questa manutenzione potrebbe essere più basso in ambiente Microsoft piuttosto che Linux (non che per forza debba esserlo, ma che possa esserlo). Nesssuno vieta di personalizzare il codice, neanche in ambiente Microsoft. Tonnellate di aziende fanno solo quello, compresa la mia. Che guardacaso è una piccola azienda e usa sia Microsoft che Linux. E quindi?
Chi ti dice per esempio che non costi di più rimanere legati a chi ti ha sviluppato un determinato codice, invece piuttosto che utilizzare un codice che è uno standard di mercato e che quindi non richiede conoscenze specifiche?
Il punto è che, semplicemente, le PA dovrebbero essere libre di scegliere tra Open e non Open, in base ad offerta, costo e qualità dei servizi. Senza decidere a priori su quale ambiente una cosa funzioni oppure no. Tutto qui.
aprile 5th, 2010 at 1:53 pm
@Ubikindred io credo che la riflessione di Marcello si riferisse più alle competenze che non al prodotto. Nell’opensource il codice sorgente è di libero accesso, questo da una certa libertà alle persone che lo utilizzano in qunato non saranno mai vittime di quei strani meccanismi di mercato secondo cui l’acquisto dell’applicazione ci vincola quasi a vita al fornitore che è l’unica persona in grado di mettere mani all’applicazione stessa. E dunque il passaggio all’open source sposterebbe l’attenzione dell’acquirente dal prodotto finito alle competenze delle persone, aprendo di fatto il mercato.
aprile 5th, 2010 at 1:58 pm
Guarda, anch’io credo che Marcello si riferisse a questo. Il punto che mi preme sottolineare è che questo è possibile a prescindere dall’ambiente operativo e dagli strumenti utilizzati. Se io sviluppo un software su Windows, con SQL Server e Visual Studio, ad esempio (tutti prodotti Microsoft), nulla impedisce (anzi, di solito è così) che la PA diventi proprietaria anche del codice sorgente e lo possa far modificare a chicchessia, in seguito. Peraltro magari (non necessariamente, ma magari) avendo costi minori per trovare qualcuno che ne abbia le competenze, che se fosse sviluppato, chessò, in Python su Linux con MySQL. Tutto qui.
aprile 5th, 2010 at 6:34 pm
@Ubikindred. Conosco l’open source da molti anni ho utilizzato Linux guà nel ’95 all’università ed era effettivamente un bagno di sangue fargli riconoscere qualsiasi periferica (anche la banalissima stampante),
ma ti posso garantire che nel tempo i sistemi open source sono molto migliorati diventando assolutamente di facile utilizzo per l’utente finale e Linux può competere senza dubbio con Windows (anzi è migliore sotto il profilo della sicurezza dei dati).
Inoltre i server per lo sviluppo di applicazioni sono da sempre in Unix (magari con piattaforma IBM) per cui il passaggio a Linux potrebbe essere “indolore” e meno dispendioso.
Per quanto riguarda i costi dei professionisti, ti garantisco che vengono pagati molto di più gli esperti Microsoft (almeno quelli certificati) e di smanettoni sull’open source sono piene le università: sarebbe un bel modo per impiegare i giovani.
Il punto secondo me non è la scelta tra open source o Microsoft (si potrebbero valutare pro e contro e poi scegliere), quello che dovrebbe far riflettere è: come mai la regione Lombardia osteggia l’open source a favore di un sistema a pagamento?????
Come mai, in periodo di crisi e con il bisogno di risparmiare non si prende in considerazione una scelta “libera” ed economica??
aprile 5th, 2010 at 6:53 pm
Guarda, io non nego affatto che Linux sia migliorato tantissimo negli anni (anche se posso assicurarti per esperienza diretta che mettere davanti l’utente finale a Linux, fosse anche Ubuntu, comporta ancora moltissimi problemi, so di progetti di sostituzione OS desktop che hanno dovuto fare precipitose marce indietro a Windows a causa delle proteste degli utenti finali). Per quel che riguarda la sicurezza, tutto sta nella qualità di quello che si fa. In dieci anni, nella rete della mia azienda, abbiamo avuto problemi con due soli virus, uno su desktop Windows e uno su un server Linux (una vecchia Red Hat 7.2, se non ricordo male). Se è vero che il passaggio da Unix a Linux può essere relativamente indolore (ma sappiamo bene vari problemi di gestione che esistono tra diversi OS, ad esempio tool e metodi di gestione che in una distro sono presenti ed in un’altra no) è anche vero che sono ad oggi moltissimi i progetti di non grandissime dimensioni che utilizzano al piattaforma Microsoft. Linux ha i suoi punti di forza esattamente come Windows ha i suoi, io non voglio affatto disseppellire l’ascia di guerra nell’annosa discussione Microsoft/Linux, che francamente ho sempre trovato particolarmente sciocca. Dico solo che dovrebbe esserci totale libertà di scelta da parte del fornitore per gli strumenti che si decide di utilizzare, qualunque essi siano.
Peraltro se è vero che viene pagato di più un MCSE rispetto ad un non certificato, è anche vero che pure le certificazioni IBM Red Hat, per esempio, vengono mediamente valutate dal mercato (esattamente come, ulteriore esempio, quelle Cisco CCNA per i network engineer che lavorano su IOS).
Poi, riguardo alla scelta, sono perfettamente d’accordo con te. Non ritengo corretto che la regioni osteggi una scelta rispetto ad un’altra. Ma al contempo non ritengo neppure corretto che si volesse favorire l’pen rispetto al non Open.
Quello che dico è che la PA dovrebbevalutare solo in termini di costo, funzionalità e qualità del servizio offerto. Punto. E che sia su OS Microsoft o Open source non conti e non debba contare affatto. Se, per esempio, un servizio offerto su piattaforma Microsoft dovesse essere qualitativamente uguale ad uno Open e dovesse costare la stessa cifra o meno, garantendo al contempo sufficiente supporto e possibilità di tailorizzazione rispetto ad un analogo Open, non capisco perché mai dovrebbe essere scelto quest’ultimo. La considererei una pregiudiziale ideologica e non una scelta economica razionale.
aprile 5th, 2010 at 8:05 pm
Purtroppo questa è una discussione che non avrà mai fine, da entrambe le parti si evidanziano i punti di forza dell’una piuttosto che dell’altra
In questo caso il post di Marcello si riferiva più alla chiusura mentale (per non dire di convenienza) da parte della PA nei confronti del software libero. Questa discussione potrebbe essere affrontata nel momento in cui Regione Lombardia proponesse un bando di gara, definendo le specifiche del progetto e delineando l’obbiettivo finale senza imporre l’utilizzo di software microsoft oriented (che sa più di gioco tra le parti più che di convenienza economica e/o operativa).
aprile 5th, 2010 at 10:28 pm
Sinceramente a me sa più che altro di contrapposizione aprioristica di una parte contro l’altra. Sono perfettamente d’accordo con te sulla questione bando: la PA chieda le specifiche, della SLA, un certo livello di qualità del servizio, dopodiché vinca il migliore.
aprile 6th, 2010 at 10:36 am
Caro Marcello, ti seguo da tanto, ma per la prima volta mi trovo a doverti rimproverare: il software libero non deve assolutamente essere associato a temi maschilisti come il sesso e/o all’anticopyright ai danni degli artisti.
Nel primo caso si mercifica la donna, come nella immagine che tu usi, nel secondo caso rubando un opera d’arte audio o video si danneggia gravemente l’indotto professionale legato alla realizzazione di questo genere di opere d’ingegno.
Inoltre, come è già stato rilevato nei commenti, la questione software libero è più complessa del solo diritto costituzionale e le amministrazioni pubbliche hanno necessità di certificazioni di sicurezza che ancora nessuno può produrre in open source.
Saluti
aprile 6th, 2010 at 11:18 am
@Loredana
- no, dai, maschilista l’immagine. tantomeno il “sesso”. tantomeno il copyright.
- Che la questione sia “complessa” lo so. Anche solo per il fatto di averci lavorato per oltre un anno insieme a un tavolo di lavoro a cui hanno partecipato associazioni per l’open source e il free software ma anche piccole e medie aziende oltre a Novell, Sun e pure Microsoft. Trovate tutto nei link….
- Chi l’ha detto che non esistono certificazioni per l’open source? Ma stiamo scherzando?
@Tutti
- il progetto di legge che io ho presentato insieme agli altri consiglieri non impone software libero a tutti. impone a tutti l’uso di open document (questo li rende perenni…. l’accessibilità al codice!)
- e poi a parità di condizioni impone la preferenza per il software libero
@Tutti
Intere nazioni stanno migrando al Floss. Il Massachusset è migrato ai formati aperti (formati), le scuole dell’Andalucia, la Gendarmerie francese, il brasile, pezzi interi di amministrazione pubblica tedesca… insomma gli esempi ormai si conoscono. E anche i benefici.
Ciao
Marcello
aprile 6th, 2010 at 1:00 pm
Marcello, sul formato Open Document non dico nulla. E’ una scelta che ritengo sensata (ma il problema del recupero dei dati, in base al supporto, comunque resterà, a prescindere dallo standard scelto). Quello che non riesco a condividere è il secondo punto.
Perché proporre il software libero a parità di condizioni? Ma soprattutto, ha senso parlare di parità di condizioni? Ripeto: l’ambiente open e quello Microsoft non sono perfettamente sovrapponibili o sostituibili.
Mi pare che gli esempi che fai riguardino soprattutto il formato open document. Il problema quindi, alla base di tutto, sarebbe la diffusione di Microsoft Office?
aprile 6th, 2010 at 7:02 pm
Sapo, a proposito di correttezza web, perché non rimuove la dicitura “consigliere regionale” che sta nel suo sito quando si cerca “Saponaro blog” con Google? Non disinformi i cittadini, per favore.
aprile 6th, 2010 at 8:46 pm
Sig. Cribbio, non si preoccupi che entro il 9 maggio, giorno dal quale non sarò più consigliere regionale, la scrittà sarà rimossa…
aprile 7th, 2010 at 12:55 pm
Cribbio…una scoreggia nello spazio
aprile 7th, 2010 at 1:00 pm
@Viper Lol
aprile 7th, 2010 at 3:54 pm
I dati sono la questione fondamentale. Ergo: servono formati aperti e standard. Il problema dei supporti esiste, è grave, ma è un’altra questione.
I formati standard migliorano l’interazione, oggi, e hanno una speranza di vita più lunga.
Il resto, ovverosia se sia meglio adottare software a codice aperto o proprietario, è la solita diatriba, che si disperde su considerazioni indecidibili sul TCO, sulle preferenze degli utenti, sui costi nascosti dell’una o dell’altra piattaforma, e via dividendosi.
Finché la questione verte su OS e soluzioni di produttività personale, non è decidibile: Linux è meglio di Windows che è meglio di Leopard che è meglio di… Linux.
Cosa ci attendiamo dalla “soluzione migliore”? Che sia quella che costa meno? Che sia quella più abilitante?
Se ci concentriamo sui costi, beh, la questione diventa spinosa. Passare a FLOSS ha costo zero di licenze, costi di formazione medio-alti, costi di manutenzione… boh! – sarà il caso di chiedere a Gartner. Sposare Windows, invece,,implica costi di licensing, costi di formazione plausibilmente inferiori, costi di manutenzione a loro volta imprevedibili. E via speculando.
Speculando speculando, qualche ipotesi di costo si potrebbe formulare. Ex post, si potrebbe poi valutarne l’efficacia, ma solo ex post. Il problema è che i dati storici non sempre permettono di fare previsioni sul futuro. Questo mi sembra un caso tipico, visto che dipende da parametri imprevedibili, come l’evoluzione della tecnologia, la stabilità del software, eccetera.
Allo stesso modo, penso sia difficile decidere quale software “abilita” di più. Windows, per dire, gira sul 90erotti% dei computer domestici degli impiegati pubblici – sfido che poi si lamentano se sul lavoro devono cambiare piattaforma. Con il software FLOSS, peraltro, si riesce a fare più o meno le stesse cose, con strumenti che per certi versi sono più vicini alle esigenze dell’utente medio – perché più semplici, meno inutilmente complessi.
Ci sarebbe anche da ragionare sulla terza via: OS proprietario e applicativi FLOSS. Un’ulteriore questione non decidibile.
Se usciamo dal campo di OS e produttività personale, invece, la faccenda diventa più interessante. Nell’ambito del software applicativo sviluppato per la PA, l’adozione della filosofia open source sarebbe una scelta strategica. Auspico di più: sarebbe fondamentale che la PA si facesse traino per la definizione di architetture e servizi per l’integrazione, aperti e liberi, che permettessero lo sviluppo di sistemi realmente integrati. Perché un cambio di residenza deve richiedere, per dire, scambio di documenti cartacei fra due Comuni? Basterebbero 3 webservices standard e un sistema di chiave pubblica e privata gestito da un’autorità ad hoc, per realizzare la stessa operazione in tempi rapidissimi e a costo zero, indipendentemente da chi sia il produttore del sistema informativo del singolo Comune. Questo, giusto per fare un esempio minimo.