Un bergamasco a Roma
16 gennaio 2010 | di Marcello Saponaro | Archiviato in Blog(s), lavoro, pd | 1381 visite.Ieri L’Espresso on line ha pubblicato un durissimo articolo contro Antonio Misiani: il cinese (per la censura), il brunetta (per la “cattiveria” anti “statali”) viene definito dal settimanale politico.
Di cosa è reo Antonio Misiani? Ma di aver bloccato facebook ai dipendenti del PD, ovviamente! Infatti, Antonio è tesoriere nazionale del Partito Democratico e in quanto tale è anche a capo del personale di stanza a Roma.
L’articolo è evidentemente “suggerito” da qualche dipendente, probabilmente proprio da uno di quelli che ha scatenato la “reazione” di Misiani con un comportamento non proprio corretto… oppure non proprio utile al PD e agli italiani se vogliamo vederlo da un’altra angolatura. Ma di questo L’Espresso non sembra preoccuparsene che, anzi, rilancia con la sua star blogger, l’amico e stimato Alessandro Gilioli.
Leggo e rileggo il post di Gilioli. Decido di mandargli privatamente un Sms, che poi ho autorizzato a pubblicare, per chiedergli: “Ma scusa Alessandro, perchè l’addetta alle paghe del PD dovrebbe stare su Facebook sul lavoro?”
Alessandro riprende l’argomento, rispondendo anche a me, e aggiunge un’analisi interessante e in parte condivisibile ma, a mio avviso, totalmente fuori luogo
Quello che mi preoccupa è vedere invece che tanta gente sveglia è ancora così poco consapevole del fatto che in una società moderna per fare bene quasi tutti i mestieri è non utile, ma indispensabile usare la Rete, specie la Rete sociale: e questo è del tutto palese se uno fa un lavoro con evidenti implicazioni sociali (dal commerciante al pubblicitario, dal’avvocato al designer, dal consulente aziendale al docente e così via) ma anche per chi crea benessere per sé e per gli altri in modo apparentemente meno interconnesso: già dieci anni fa si scoprì che perfino i contadini dell’India centrale, se vanno sul web a verificare i prezzi delle sementi e a guardare le previsioni del tempo, a fine anno hanno fatto un raccolto migliore e con incassi più alti.
Non parliamo poi di chi fa il politico, o di chi comunque lavora nella politica.
Orbene, Antonio Misiani, in quanto tesoriere nazionale del PD, è a capo di una struttura che conta più di 100 impiegati. Una struttura in parte politica e in parte no. Amministrativa.
Io non sono riuscito a trovare una sola ragione per la quale si dovrebbe invocare il diritto a un (altro) privilegio della politica: quello dei suoi dipendenti, che non sono dei marziani, non sono diversi dai dipendenti amministrativi della Bayer o della Soleazzurro Snc. Quello di stare su Facebook tutto il giorno durante le ore di lavoro.
Allora il punto è questo, se l’Espresso ritiene una lesione dei diritti universali dell’uomo l’esclusione di Facebook (e di altri siti) da quelli che possono essere visitati in un’azienda, dai computer aziendali, durante l’orario di lavoro, mi aspetto che lanci una campagna internazionale in tal senso. Altrimenti, non i diritti, non le nuove conquiste (conquiste?) del lavoro gli interessano ma la difesa di un privilegio, quello dei dipendenti di un partito. Che non sono solo “politici” e “comunicatori”, come ogni giornalista sa bene.
Nel frattempo, mentre scrivevo questo post, Antonio Misiani ha espresso, proprio su Facebook, il suo pensiero in proposito:
Ho un profilo Facebook. Ho un mio blog. Non di tendenza come altri, ma sulla rete c’è di peggio. E curo di persona sia l’uno che l’altro, senza deleghe a segretarie o portaborse, perché credo che usati in prima persona siano strumenti molto utili per chi fa politica: finestre sul mondo, canali di dialogo e confronto. Mi sento molto lontano, quindi, dal virgolettato che Cristina Cucciniello – con cui non ho avuto mai il piacere di parlare – mi attribuisce sul’Espresso online come motivazione per lo stop di Facebook nella sede nazionale del PD.
Ho però una convinzione: nei luoghi di lavoro, e negli orari di lavoro, il Web 2.0 va utilizzato per lavoro, non per svago personale. Idee da bergamasco sgobbone catapultato nella Capitale? Suggestioni aziendaliste da ex bocconiano? Mentalità da paleolitico, come ha scritto Pippo Civati sul suo blog? Negli Stati Uniti – la patria di Internet, non il paese dei Flinstones – secondouno studio dell’ottobre 2009 il 54% delle aziende blocca completamente l’uso dei social networks, il 35% lo limita ad usi lavorativi e solo il 10% lascia pieno accesso ai dipendenti. Lo stesso sta avvenendo in molte realtà private e pubbliche del nostro Paese. Il dibattito è molto acceso, ma gli alfieri della modernità non stanno tutti da una parte sola.
I partiti politici non sono aziende private. E’ vero, naturalmente. Un partito vive di relazioni con la società. Un tempo si costruivano nei luoghi di lavoro o nelle feste popolari. Oggi le piazze e le fabbriche non sono scomparse (e altri partiti, come la Lega, li presidiano molto meglio di noi), ma Internet sta prendendo il sopravvento. Per tutta una serie di funzioni che si interfacciano con i cittadini i social networks rappresentano per i partiti strumenti di comunicazione imprescindibili. Ma anche il PD, come tante altre strutture lavorative, ha uffici, impiegati, funzionari. E chi lavora nel back office di un partito dubito molto che abbia bisogno di Facebook o di Twitter per svolgere bene le proprie mansioni.
Un blocco indiscriminato non ha alcun senso, ovviamente. Non era e non è questo il nostro obiettivo. Nessuna censura, nessun oscuramento. Non siamo in Cina né in Iran. Ma una razionalizzazione, sì. Può servire: nei luoghi di lavoro di un partito, esattamente come accade nel mondo che sta al di fuori dei palazzi della politica.
Puoi votare l'articolo anche qui, gli articoli precedenti qui.
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gennaio 16th, 2010 at 10:43 pm
No, dai, Marcello, non sovracostruire significati. Va bene la vis polemica, ma Gilioli (et al) non parlano di diritto a stare sul web tutto il giorno, così come nessuno ha parlato di lesione dei diritti universali dell’uomo
[In conseguenza, non vale la pena di chiedere a l'Espresso di farsi portatore di una campagna internazionale...]
Segnalandoti privatamente questa faccenda, mi attendevo che ne facessi una lettura simile alla mia. Probabilmente non ti ho spiegato la mia, mo’ ci provo.
Tutti i commenti che proponi, giocati sul filo dei diritti dei lavoratori, mi sembrano un po’ fuori bersaglio. Una volta di più, di “diritti dei lavoratori” non mi è mai parso di leggere (se parlassimo di controllo del traffico di rete – che non rientra nella fattispecie – avremmo implicazioni sui diritti dei lavoratori; e infatti, nelle aziende non si controlla il traffico senza preliminari accordi sindacali e senza avvisare opportunamente i lavoratori).
Il caso, come riportato, è piuttosto semplice: nella sede del PD è stato tagliato l’accesso a FB per tutti, dalla sera alla mattina. Nelle prime dichiarazioni, così come riportate, si sosteneva che “FB non è uno strumento politico”.
Il PD, come azienda, ha pieno diritto di incentivare la produttività dei suoi dipendenti (disincentivandone le fonti di distrazione).
Può darsi che a segnalare la chiusura sia stata l’addetta alle paghe, irritata per l’impossibilità di aggiornare il suo stato. Segnalando la chiusura, comunque, la nostra addetta alle paghe ci ha fatto sapere che per difendere la produttività del PD (in quanto azienda), il PD (in quanto partito o in quanto azienda?) aveva preso la decisione di tagliare l’accesso a FB a tutta la sua organizzazione, negandone fra l’altro la natura di strumento politico.
E sì che di politica, su FB, se ne propone.
L’evento è piccolo, ma denso di significati simbolici, soprattutto in un contesto in cui la politica italiana mostra ben poca sensibilità ai temi del mondo digitale. Se anche il lato che si mostra più aperto se ne esce con gaffes come queste (ché più di una gaffe, alla fine, non è), l’equo compenso (parlo per simboli) finisce con l’assumere un profilo quasi naturale, per non dire necessario.
In tutto: troppa improvvisazione, nel contesto digitale. Dai buoni, poi, non ce la si attende.
gennaio 17th, 2010 at 6:39 pm
La cosa vergognosa, che mi pare tutti mettano tra parentesi, è che il PD sia ormai un partito azienda.
Per giunta son stati così cglioni da lasciare le piazze alla lega puntando tutto sulla piazza tecnologia per poi scoprire di esere tra i più barbosi e incapaci del web.
Ma andassero in fabbrica.
gennaio 18th, 2010 at 5:11 am
Bando ai luoghi comuni.
Un partito, di suo, è anche un’azienda, dal punto di vista della gestione delle risorse umane e della gestione delle risorse tout court.
Il concetto di “partito-azienda” è una cosa piuttosto diversa.
febbraio 1st, 2010 at 1:46 pm
“Il concetto di “partito-azienda” è una cosa piuttosto diversa”
Senza le primarie potrebbero tutti somigliarsi, pare.