Fascisti su Roma
28 aprile 2008 | di Marcello Saponaro | Archiviato in Roma, elezioni | 62 visite.Le riflessioni domani…
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aprile 29th, 2008 at 9:41 am
Meglio i fascisti su marte…..:-)
aprile 29th, 2008 at 10:13 am
il 53% dei romani sono fascisti e si augurano il ritorno delle leggi razziali?
ho i miei dubbi.
ma se piace pensarlo, se piace ridurre il voto pro alemanno alla nostalgia del ventennio, prego.
basta evitare di sorprendersi ogni volta dei risultati elettorali.
aprile 29th, 2008 at 10:43 am
Nessuno qui ha detto che il 53% dei romani è fascista (quelli nella foto, invece, pare lo siano). Anche se non sarei ottimista come lo sei tu sulle leggi razziali.
Quando quelli di sinistra sparano cazzate (troppo spesso) sono il primo a incazzarmi, ma tu, E., almeno aspetta che le sparino. La predica preventiva è solo una delle tante forme del tafazzismo. Attenzione.
aprile 29th, 2008 at 11:02 am
@E.
Non ho detto questo. Ho semplicemente dato attenzione a uno dei gruppi di fascisti che ieri festeggiavano a Roma…
No, i romani non sono fascisti… ovvio.
Ciao
Marcello
aprile 29th, 2008 at 1:37 pm
Che schifìo…cmq anche se non sono leggi, comportamenti razziali ce ne sono a palate…non c’è bisogno di leggi ke lo dicano, la gente fa già da sè…ora si può solo peggiorare… anche se la speranza è sempre l’ultima a morire! speriamo bene…
aprile 29th, 2008 at 4:41 pm
Sei braccia alzate sei
Un po’ pochino per preoccuparsi
E’ come se ci dovesse preoccupare -nella sinistra- di quei dieci coglioni che gridavano 10-100-1000 Nassiria (fatto assi più grave, ritengo, perchè riferito a fatti di oggi e non di sessanta anni fa)
Sarà molto utile questa rivoluzione, e non solo a Roma: servirà a far capire a molti militanti della neo resistenza che è finalmente arrivata l’ora della riconciliazione e della pacificazione; lo suggeriscono quei centomila che han votato Zingaretti alla Provincia ed Alemanno al Comune
Alemanno venne da giovane arrestato per essersi disteso per non far passare l’auto di Bush (senior) in visita a Roma
Gli venne ucciso -sotto i suoi occhi- dai rossi il suo miglior amico: è di quel ragazzo la medaglietta celtica che Gianni porta al collo
E’ amicissimo ed assai stimato da Petrini, il presidente nazionale dell’Arci Gola – Slow Food, componente dell’assemblea del Partito Democratico, che ha dichiarato che Roma ha eletto un ottima persona
Alemanno è assai amato dagli agricoltori dell’Emilia Romagna per la sua lotta feroce agli ogm
Era visto con molta simpatia dai verdi, quando era ministro
Questi alcuni elementi forse utili per la riflessione
Per una riflessione assai più approfondita consiglierei di rivolgersi a Marco Cimmino, consigliere personale di Giovanni Alemanno detto Gianni
P.S. Del resto anche Norberto Bobbio, Dario Fo e Giorgio Bocca erano fascisti (ai tempi del Duce, per di più)
Alemanno era un giovane missino assai più tardi della fine della guerra
aprile 29th, 2008 at 5:16 pm
Pol.sco, Pol.sco se credi alle bugie che scrivi perchè dici spesso l’esatto contrario?
Spero che tu venga presto riportato alla verità, da chi ti ospita, perchè le conseguenze potrebbero essere molto serie.
aprile 29th, 2008 at 5:31 pm
DAL GHETTO DELLA DISCRIMINAZIONE ALLA POLTRONA DI SINDACO, DAL’ANTAGONIASMO AL GOVERNO, ALEMANNO E NON SOLO, LA LUNGA TRAVERSATA DEI CUORI NERI DI ROMA
di Luca Telese
Erano «brutti sporchi e cattivi», come direbbe Ettore Scola. O «Esuli in patria», come ha detto Marco Tarchi, che era uno di loro. O «Topi di fogna», come dicevano i cori dei loro avversari, e come si rappresentano loro stessi – autoironicamente – sulle pagine del loro giornale preferito, La Voce della fogna.
Erano «Cuori neri» in una città rossa con un passato mussoliniano. A Roma i missini del Dopoguerra erano cresciuti come se fossero chiusi in un paradosso temporale. Da un lato vivevano nelle vestigia dell’Architettura del Ventennio, dell’Eur, del Foro italico, nel mito dell’aquila della Lazio (che all’occorenza poteva sembrare «imperiale»), sotto l’obelisco Dux (incredibilmente sopravvissuto alle commissioni per l’epurazione toponomastica). Dall’altro crescevano sotto i governi democristiani prima e «le giunte rosse» poi. Cantava Marcello De Angelis, guru della musica alternativa con il suo gruppo 270bis, oggi senatore di An: «Vieni a passeggio con me su «ponte Mussolini»/ Dove corrono i bambini con fazzoletti neri/ Oggi come ieri/ Oggi come ieri…» (il fatidico ponte, dal ’45 si chiama «Flaminio»).
Crescere nella Fiamma, a Roma, voleva dire essere minoranza politica, certo, ma anche capitale della destra in Italia, il partito più forte di tutto il Paese. C’era, in quel Movimento sociale uno strano impasto di popolo e aristocrazia: il sottoproletariato di Primavalle, l’orgoglio dei reduci della famiglia Mattei scampati al rogo; e la nobiltà nera, coi record elettorali del principe Lilìo Sforza Ruspoli, il latifondista che voleva la terra per i contadini ed era il più votato del Msi. Si ritrovavano sotto la bara trapezoidale sopra cui ardeva la Fiamma «della Buonanima» i nostalgici del regime e i neofascisti del Dopoguerra, e ci stava con il suo grande cuore persino uno come Aldo Fabrizi che negli anni Trenta era sotto controllo speciale dell’Ovra per le sue barzellette anti-regime. E che negli anni Novanta sarebbe stato considerato un appestato dalla sinistra cinematografica per il suo baciamano galante ad Edda Ciano il giorno dei funerali di Giorgio Almirante. Sulla Cinquecento in cui passava alcune delle sue notti, ha costruito una vera e propria mitologia privata Teodoro Buontempo detto Er Pecora: e a Roma c’erano tutte le destre che si combattevano e che si abbracciavano.
Dai nazimaoisti di Giurisprudenza occupata nel 1968, al «Bava» che aveva provato a sloggiare i suoi stessi camerati dalla facoltà a randellate, dagli Avanguardisti di Stefano delle Chiaie detto «er Caccola», dagli spiritualisti evoliani, ai mistici, agli intellettuali rautiani, ai librai ordinovisti, agli aspiranti golpisti del Fronte Nazione del principe Junio Valerio Borghese, ai cultori del «fascismo bucolico» come il professor Paolo Signorelli (fondatore delle comunità agricole), ai terroristi nichilisti dei Nar. Memorabile l’aneddoto di uno storico dirigente come Giulio Caradonna, su quando Beppe Niccolai (altro leader di lungo corso) gli riferì scandalizzato che c’erano sezioni in cui si ammazzavano i galli: «Ecchessarà mai se si fanno uno spiedo…», aveva risposto in un primo tempo. E quello: «Ah Giù, che hai capito? Quelli so’ riti sacrificali pagani!». E Caradonna, scandalizzato: «Ma come? stamo nel cuore della romanità e questi sognano de diventà barbari come Vercingetorige?».
In questo mondo iridescente e caotico in cui spesso si potevano trovare tutto e il contrario di tutto, c’era una sola famiglia politica molto compatta e solidale, quella cementata intorno ai figli del partito, i ragazzi del Fronte della Gioventù. Il responsabile giovanile era Buontempo, quello studentesco era Fini, quello degli studenti medi Gasparri, il suo vice Gianni Alemanno (!). Molti di loro avevano rischiato la pelle negli anni di piombo, quando vivere in un quartiere rosso o nero poteva fare la differenza fra la vita e la morte, e Storace diventava segretario di Acca Larentia perché tre missini erano morti ammazzati. Dei ventuno ragazzi di Destra morti fra il 1970 e il 1983 ben 11 erano di Roma. «Io li ho conosciuti tutti!», disse un giorno Fini. Di uno di questi – Paolo Di Nella – Alemanno era amico fraterno. Il Fronte della Gioventù viveva stati d’animo variabili, a tratti si sentiva fortino assediato o ghetto; altre volte comunità separata scanzonata e goldiardica. Alemanno stava al Righi, un liceo «tutto sommato di destra», ed era più tranquillo. Ma se doveva raccontare quegli anni sintetizzava con una immagine: «A due passi c’era il Tasso, che era tutto di sinistra, il ricordo più nitido che mi viene in mente è questo, Maurizio Gasparri e Antonio Tajani che corrono, e dietro 200 persone che li rincorrevano». Anche il Fronte aveva la sua milizia di mazzieri: «Li chiamavamo Gi-O, gruppi operativi. Passavano la giornata in sezione accanto al telefono – ricorda il futuro sindaco – e quando venivano chiamati correvano di qua e di là» (non certo a distribuire viole): «Una sorta di ambulanza nera». Molti di questi ragazzi neri facevano il loro apprendistato a Il Secolo d’Italia, al punto che il direttore del Tg2 Mauro Mazza ci ha scritto sopra un bel libro di amarcord, I ragazzi di via Milano. Poteva anche accadere che per pagare l’affitto della sede di via Sommacampagna – lo racconta Buontempo – i giovani missini venissero arrestati sotto un ponte del Tevere. «Stavamo bruciando le lastre in un bidone per estrarre nitrato d’argento da rivendere – ricorda oggi ridendo lui -, ci scambiarono per papponi, ci ritrovammo in questura!».
Negli anni Ottanta, quando Alemanno diventa segretario del Fronte della Gioventù, battezza una stagione di apertura «all’esterno», un tentativo di forzare le pareti del «ghetto» missino: è il tempo dei «campi Hobbit», dei convegni sugli anni Settanta, della «Nuova Destra», del tentativo di chiudere (con un omonimo fantastico libro) la stagione del «C’eravamo tanto armati». Gli anni Ottanta furono gli anni in cui Alemanno invitava il comunista Trombadori a chiudere con un dibattito gli anni dell’antifascismo ideologico, in cui i missini si specializzavano nell’opposizione ai governi di pentapartito, si radicavano nel territorio con i murales di Colle Oppio, con i balder disegnati sui muri, i caratteri un po’ gotici e un po’ runici dei loro tazebao. «È amore per il proprio popolo», si leggeva sui manifesti serigrafati dall’avvocato Rampelli (futuro deputato), nelle edicole usciva una rivista sperimentale con un titolo epidemico (da cui lo slogan indimenticabile «Diffondi il Morbillo»). Alemanno e l’intellettuale di riferimento della nuova destra, Umberto Croppi, si candidavano alla regione con un volantino in cui andavano in 500 sulla luna. Slogan: «L’altra faccia della politica». L’amatissimo Tony Augello fa campagna elettorale in carrozzella e megafono. Tutto cambia quando nel 1993 Fini si candida a sindaco di Roma, da Casalecchio di Reno Silvio Berlusconi dice: «Se fossi a Roma lo voterei». Quasi con un colpo di bacchetta, sulle rovine della Dc, il Msi tocca il 47%. Alemanno nel 1994 fu eletto nell’uninominale nelle periferia di Corviale (dove ha aperto la sua campagna). Nasce la destra di governo, si celebra il rito di Fiuggi, finisce il Msi. «Erano zucche, li ho trasformati in principi», disse una volta il Cavaliere. L’unica cosa certa è che oggi uno di quei ribelli un tempo neri diventa sindaco dedicando la sua vittoria «ad Augello e agli elettori trasversali e di sinistra che mi hanno votato». Quanta acqua è passata sotto il «Ponte Mussolini».
aprile 29th, 2008 at 5:36 pm
L’intervista a caldo/
IL NUOVO SINDACO: “LA NOSTRA VITTORIA E’ NATA NELLE PERIFERIE, IN MEZZO AL POPOLO, CON LA FORMULA MAGICA CHE HA UNITO LA SICUREZZA E LA GIUSTIZIA SOCIALE”
Luca Telese
da Roma
Nel giorno della vittoria incredibile lo accolgono come un eroe all’assemblea dei deputati e dei senatori di centrodestra, al cinema Capranica. Gianni Alemanno ci arriva da neosindaco, carico di adrenalina, ma anche sorridente, scaramantico quando rifiuta la fascia tricolore che gli vuole regalare Gabriella Carlucci («e no, aspetto quella vera!»), incassa e riferisce di due battute memorabili che sdrammatizzano il clima para-apologetico. La prima quella di Maurizio Gasparri: «A Gianni! Stasera volevo tornà con la metro C, l’hai finita o no? Basta con le promesse elettorali». La seconda, quella surreale di Umberto Bossi: «Ueh, adesso che hai vinto devi espellere tutti, a partire dai romani». Eppure, Alemanno sembra molto sereno, molto pacato, quando spiega la sua campagna elettorale resta con i piedi a terra.
Lei ha iniziato con tre dediche-simbolo. La prima, quella al marito della signora Reggiani, vittima dell’insicurezza a Roma.
«Sì, perché quella morte ha rotto l’immagine artefatta e non vera del tutto mediatica, di una capitale sicura. Roma non lo era, e purtroppo qualcuno ha pagato con la vita per questo inganno».
La sicurezza è stato il suo cavallo di battaglia. Anche violando il politicamente corretto, è così?
«Sono stato molto fermo, e molto netto. Ma ci tengo a dire che mai, nemmeno una volta, ho pronunciato una parola di odio, di demagogia, di xenofobia, di intolleranza».
I suoi avversari non la pensano come lei.
«Però siamo arrivati al paradosso che nel duello con Rutelli lui additava i romeni alla pubblica opinione, mentre io non ho mai fatto nessuna discriminazione. Ho sempre detto che volevo perseguire quelli che delinquevano».
La seconda dedica, a Tony Augello, consigliere di opposizione del vostro partito.
«Sì, è una figura quasi mitica dell’Msi e di An a Roma. Uno che ha fatto l’opposizione a Rutelli quando sembrava invincibile, uno che ha fatto politica anche quando, malato di cancro, non aveva più nemmeno un capello in testa e solo un filo di voce».
A questo Giornale lei ha ricordato anche il modello di un sindaco rosso, Luigi Petroselli.
«Sì, era un modo per dire che preferivo l’immagine del sindaco che controlla i cantieri e sta per strada, a quello dei burocrati che stanno chiusi nel loro uffici o presi solo dai grandi eventi, incapaci di capire i piccoli grandi problemi di una città».
Mi faccia un esempio.
«Le cito una delle tante periferie che ho visitato, Torre Vecchia, dove dall’alto, come spesso faceva quest’amminsitrazione, avevano inventato uns enso unico folle, per cui, per percorrere cento metri in una direzione, bisognava fare quattro chilometri in quella opposta».
Abolirà subito quel senso unico?
«Ovviamente sì, ma per evitare che succeda ancora, penso al modello di una città partecipativa, in cui si consultano i cittadini».
Lei ha aperto la campagna in periferia, a Corviale, e l’ha chiusa a Torbellamonaca.
«Sì, a Corviale c’erano mille persone, che sembrano poche, se si pensa che con noi c’era Berlusconi, ma che sono tantissime, se si pensa che lì manifestazioni politiche non ce ne sono mai».
Vuol dire che non è stato un insuccesso?
«Al contrario. Erano tutte persone vere. La sinistra preferiva riempire qualche teatro del centro, ma poi quando hanno capito che noi lì c’eravamo, che eravamo entrati in contatto con un pezzo di popolo, hanno provato a recuperare chiudendo a Torpignattara».
Le piace questa sfida nelle periferie?
«Sì, e non solo perché l’abbiamo vinta noi. Ma perché quello è un laboratorio fantastico per la nostra idea di destra sociale. Nel nome del nostro partito, c’è l’idea di popolo, che non è sottoproletariato, ma questa meravigliosa comunità che ha ancora entusiasmo e speranze».
La terza dedica, quella ai voti che lei definisce «trasversali».
«Beh, non ci sono dubbi. Molti che hanno dato il voto al candidato del centrosinistra alla Provincia, Zingaretti, nello stesso giorno hanno votato per me. Quindi, anche molti elettori di centrosinistra ci hanno dato fiducia».
Come se lo spiega?
«Perché eravamo noi il cambiamento. E perché perfino Zingaretti è stato percepito come una discontinuità rispetto a quel blocco di potere che governava Roma dal 1993».
Cosa pensa oggi della candidatura di Rutelli?
«Quello che pensavo prima di vincere, e cioè che fosse profondamente sbagliata. Un atto di presunzione, una imposizione alla città calata dall’alto e segnata da quella presunzione elitaria che la sinistra a volte ha, e che qui a Roma raggiungeva il suo massimo».
Ha temuto quando vedeva che Rutelli provava a scavalcarla a destra?
«Assolutamente no. Io sono andato nella moschea, sono andato nella sinagoga, ho dialogato con tutti. Non mi sono fatto rinchiudere in uno stereotipo e penso che Rutelli abbia perso quando ha fatto questo errore».
Che cosa ha pensato il giorno in cui lo ha sentito dire a Uno Mattina che c’erano dei «sospetti» su di lei nell’inchiesta per lo stupro della studentessa del Lesotho?
«È stata una delle giornate più brutte della mia vita. Quel modo di fare politica mi faceva schifo, avremmo perfino potuto fare dei contromanifesti, che so, tappezzare Roma con i manifesti di Rutelli e Cicciolina. Ma non ho voluto».
Perché?
«Perché quel tentativo di Rutelli, in fondo, era un grande segnale di debolezza, e la perdita di ogni freno inibitore e di ogni codice di convivenza civile di fronte al potere che svaniva».
Non le ha fatto perdere voti?
«Caso mai me li ha fatti guadagnare. È finita la politica degli scheletri negli armadi, delle storie private, deformate, distorte e gettate in faccia alle persone come un’ingiuria».
aprile 29th, 2008 at 7:31 pm
.
aprile 29th, 2008 at 11:19 pm
10 100 1000 Vietnam
aprile 30th, 2008 at 1:00 pm
10, 100, 1000 biglietti di sola andata per la Spagna
aprile 30th, 2008 at 3:13 pm
Buon viaggio
Salutatemi i post-franchisti
aprile 30th, 2008 at 3:24 pm
Il tuo post è franchista, saluti.
aprile 30th, 2008 at 3:26 pm
Cannonata israeliana massacra madre palestinese e i suoi bambini.
Vi frega qualcosa?
aprile 30th, 2008 at 4:03 pm
Certo
Mi frega tanto quanto i caconeggiamenti di Hamas su Sderot
Solo che le vittime civili di questi ultimi son voluti
maggio 1st, 2008 at 3:17 pm
GAZA VIVRA’
Tour italiano di una delegazione del Popular Committee Against Siege di Gaza
E’ iniziato il tour italiano della delegazione del Comitato popolare contro l’assedio di Gaza.
Gamal Elkoudary, parlamentare palestinese e presidente del Comitato, e Sameh Habeeb, coordinatore dello stesso, sono arrivati a Roma dopo aver superato le ultime estenuanti difficoltà per poter uscire dalla Striscia di Gaza.
Alla fine la tenacia è stata premiata. E si tratta di un risultato politico davvero importante, che ci consentirà di parlare della situazione di Gaza in numerose città italiane, proprio mentre la politica sterminista portata avanti da Israele colpisce quotidianamente in ogni luogo della Striscia.
Un’occasione resa ancora più significativa dai gravi fatti avvenuti la settimana scorsa all’Onu, quando proprio l’ambasciatore italiano, Spatafora, ha tolto la parola al rappresentante libico che denunciava la gravità della situazione a Gaza, giustamente paragonata ad un campo di concentramento nazista.
Dobbiamo prendere atto che non solo l’ONU è asservita allo strapotere americano, ma che all’ONU impera apertamente il pensiero unico che nega il diritto di parola se questo viene esercitato per dire una parola di verità.
Una ragione di più per ascoltare la voce di Gaza, per conoscere la situazione direttamente da chi la vive sulla propria pelle, per rinnovare la solidarietà politica ed umana a chi resiste in questo luogo dove si consuma da mesi l’oppressione più grande, l’ingiustizia più manifesta.
Il tour toccherà una ventina di città. Ad oggi il calendario è definito solo fino a martedì 13 maggio.
Comunicheremo il calendario completo nei prossimi giorni.
Calendario degli incontri (prima parte):
- Giovedì 1 maggio – ore 16 – POGGIBONSI (SI), Loc. Montemorli, all’interno della Festa Comunista dei Lavoratori
- Venerdì 2 maggio – ore 21 – GALLICANO (LU), Sala Guazzelli
- Domenica 4 maggio – ore 15 – VICENZA, Palalago di Marola
- Martedì 6 maggio – ore 21 – FIRENZE, Sala Est-Ovest della Provincia, via dé Ginori 12
- Mercoledì 7 maggio – ore 21 – REGGIO EMILIA, Sala da confermare
- Giovedì 8 maggio – ore 21 – BOLOGNA, Circolo Iqbal Masih
- Venerdì 9 maggio – ore 13 – MILANO, Incontro con la Comunità Islamica
- Sabato 10 maggio – ore 10 – TORINO, Centro Italo Arabo Dar al Hikma, via Fiocchetto 15
- Lunedì 12 maggio – ore 21 – MILANO, Teatro Verdi
- Martedì 13 maggio – ore 21 – CASALE MONFERRATO (AL), Salone Anffas, via Leardi 8
maggio 2nd, 2008 at 12:30 pm
Ma le famose riflessioni personali che Marcellino aveva rinviato all’indomani (sulla vittoria di Alemanno alle elezioni) che fine hanno fatto?
Sparite come i verdi?
maggio 2nd, 2008 at 12:40 pm
SONO NATO FORTUNATO
ERANO ragazzi. Le vittime e i carnefici. Erano gioventù da bruciare. Peggio dei ragazzacci del film che rese celebre James Dean. Gioventù da bruciare, malaerba da estirpare: personaggi equivoci o, nella migliore delle ipotesi, avventati. Esclusi dalla pietà dei propri simili, perché diversi dagli altri, una diversità di nascita e di appartenenza sociale. Per trentacinque anni – nel tempo dell’odio e anche dopo – una larga fetta di questo paese ha considerato la mia famiglia e i miei fratelli così. Non vittime. Non esseri umani, e nemmeno ragazzi. Gente che in qualche modo se l’era cercata, piuttosto. Anche se i miei fratelli erano morti nel cuore della notte, in casa propria. Anche se qualcuno aveva incendiato una tanica di benzina dietro la nostra porta e poi se ne era andato via, convinto di aver compiuto una sorta di dovere civico. Il 16 aprile del 1973, la mia famiglia si risvegliò nel suo appartamento di Primavalle, a Roma, avvolta dalle fiamme. Non ho ricordi di quella sera e per anni anche la memoria dei racconti mi è stata negata, per una scelta di estrema protezione da parte dei miei genitori.
Per salvarsi mio padre e le mie sorelle si erano dovuti buttare dalla finestra del terzo piano, ritrovandosi in strada fratturati e ustionati. Io invece – che allora avevo solo quattro anni – ero uscito con mia sorella in braccio a mia madre, dalla porta di casa.
Mamma era stata l’unica che era riuscita ad attraversare il rogo, prima e ultima nella nostra casa.
Sono nato fortunato, dice qualcuno.
Non ne sono così sicuro: per una parte importante dell’opinione pubblica, infatti, nessuno di noi meritava solidarietà incondizionata. Dopotutto eravamo fascisti: molto probabilmente ce l’eravamo cercata, di sicuro quell’incendio era frutto di un regolamento di conti, di una «faida interna» ( come si disse allora, ricorrendo al vocabolario della mafia), forse ci eravamo dati addirittura fuoco da soli, un raccapricciante caso di masochismo per far ricadere la colpa sui «rossi» innocenti. Gioventù da bruciare, certo, e bruciata non per colpa di altri, di chi aveva appiccato le fiamme: per colpa nostra. Non lo potevo certo capire, all’epoca, ma era come se fossimo stati bruciati dall’odio ideologico di una stagione. Non importava più di tanto che Virgilio fosse poco più di un ragazzo e Stefano appena un bambino, di cui sono rimaste soltanto le foto in grembiule nel cortile della scuola. Essendo fascisti, borgatari, e inevitabilmente – per la natura che veniva attribuita al nostro ambiente sociale e politico – un po’ provocatori, dovevamo proprio essercela cercata da soli. E allora si inventavano inesistenti arsenali che mio fratello avrebbe conservato sotto al lettino della stanzetta in cui dormiva insieme a Stefano e ci si domandava come mai Virgilio avesse chiamato soccorsi per telefono, parlando con chi, e per quante volte. E ci si chiese persino – sui giornali di quei giorni, non in una miserabile diceria – come mai mia madre fosse arrivata vestita in strada, quella sera. Non è che sapesse già quello che sarebbe accaduto? Non è che per caso si era preparata al rogo dei propri figli come si fa per una festa da ballo? Era falso anche quello, fra l’altro, perché mamma si ritrovò fra i pompieri scalza, sanguinante, in camicia da notte. Ma noi, «i Mattei», da quella sera in poi, nell’immaginario di una parte importante di questo paese, non potevamo essere dei normali esseri umani, con le nostre debolezze, le nostre ferite, i nostri dolori. No. Eravamo altro. Carne da cannone.
Subumani. Eravamo fasci.
Tutto questo, per fortuna, fu in parte risparmiato al bambino che ero. Ma accadde, e tornò a pesare come un’ombra sulla mia vita futura. E quando vennero arrestati i ragazzi che quel rogo lo avevano appiccato – alcuni coetanei di mio fratello, extraparlamentari di sinistra che in qualche caso persino conoscevamo – molti si convinsero subito della loro innocenza. Dovevano essere vittime di un complotto, ovviamente, non era possibile che avessero ucciso, volontariamente, consapevolmente, in quel modo così barbaro. Era una montatura della polizia, fascista anche quella ovviamente, come del resto lo Stato stesso. E quando due dei colpevoli si diedero a un’immediata latitanza e il terzo sparì subito dopo l’assoluzione in primo grado, si guardò al loro gesto con indulgenza e comprensione.
Compagni che avevano sbagliato. Intellettuali e militanti fecero a gara per aiutarli, qualcuno, che oggi si pente o non ricorda più, li accompagnò fisicamente lungo i sentieri della latitanza e io mi trovai a crescere in un mondo di valori curiosamente rovesciati.
Eravamo noi che avremmo dovuto vergognarci, non loro.
Quel rogo, però, visto oggi, non fu solo l’incendio che sottrasse alla mia famiglia figli e fratelli, ma la fornace in cui vennero carbonizzati i sogni di una generazione, a destra e a sinistra. Quando un bambino brucia per effetto dell’odio ideologico, l’innocenza la perdono tutti, anche quelli che pensano di essere estranei al lutto. A destra si alimentò per anni la brace della rabbia; a sinistra crebbe pian piano la sofferenza per una rimozione impossibile. Ma adesso, dopo un’inchiesta lunga una vita – che fatica a produrre sentenze, però almeno ha ben chiarito chi siano le vittime e chi i carnefici –, dopo che tanti muri sono caduti, nella memoria dei protagonisti, nei ripensamenti di chi visse quella stagione, nei libri che stanno cercando di sanare gli orrori giornalistici prodotti dalla stampa negli anni di piombo, adesso forse anche la storia della mia famiglia e dei miei due fratelli può essere nuovamente raccontata. Non per regolare conti o cercare vendette postume. Non per togliersi soddisfazioni personali. Ma per chiudere la stagione dell’odio con la forza di una memoria privata che può essere finalmente condivisa con gli altri. Per estinguere davvero, se è possibile, le fiamme di quel rogo di verità che per trentacinque anni non hanno mai smesso di ardere. È tempo che ai miei fratelli sia restituita la loro identità: quella di un ragazzo e di un bambino che non erano né migliori né peggiori di altri, ma a cui, come a tutti gli altri, doveva essere riconosciuto il diritto alla vita, alla propria appartenenza e alle proprie idee, quali che fossero. Adesso è il tempo di spegnerlo davvero, questo rogo. È il tempo di spegnere le braci di quella notte che brucia ancora. Non solo per la mia serenità personale, né per quella delle mie sorelle e nemmeno per quella di mia madre, che non potrà recuperarla mai più. Nemmeno per chi appiccò quelle fiamme e ha scelto di vivere una vita di impunità e latitanza morale. Non solo per una generazione, non per i carnefici o per le vittime.
Per tutti noi. Per quella che in altri luoghi del mondo si chiama la coscienza di un paese.
maggio 3rd, 2008 at 4:43 pm
Pol.sco. ricordati che sono i fascisti i responsabili della stategia della tensione. Non usare il pietismo per passare sopra a tutto.
Pol.sco sei un revisionista.
maggio 4th, 2008 at 12:29 pm
Veltroni ha proposto di dedicare una via o una piazza ai fratelli Mattei, bruciati vivi dai tuoi amici rossi, rimasti impuniti con la complicità degli estremisti di sinistra
Due innocenti militanti dell’MSI ad Acca Larentia vennero ammazzati dai tuoi kompagni all’uscita da un bar: in quello stesso giorno un militante missino fu freddato da un poliziotto con un proiettile in fronte
Il giovanissimo Varalli fu ammazzato a sprangate sotto casa dai tuoi kompagnucci
Eccetera eccetera eccetera
E’ ormai assodato che la storia non è andata così come si diceva al tempo: è quindi accettato dalla sinistra intelligente che il revisionismo in questo campo è ristabilire la verità
Due fazioni si ammazzarono “l’un l’altra”: che poi qualche servizio ne aprofittò non toglie che lo slogan più gridato al tempo era “Uccidere un fascista non è reato”
Pietà per i morti non è pietismo: chi oggi lo sostenga ancora arriva anche a giustificare il neoterrorismo bigatista
Ben venga, quindi, la rivoluzione elettorale: finalmente un bagno d’umiltà per la perdente estrema sinistra ed una pacificazione nazionale -dopo 30-60 anni con l’elezione di Alemanno a sindaco di Roma e Fini a Presidente della Camera
maggio 4th, 2008 at 12:33 pm
http://www.cuorineri.it/
IL ROGO DI PRIMAVALLE, FALO’ DELLE VERITA’
di Pierluigi Battista
Il 16 aprile 1973 Giampaolo Mattei, autore di un libro ora pubblicato da Sperling & Kupfer con il titolo “La notte brucia ancora”, aveva 4 anni. Quella notte qualcuno salì fino al pianerottolo della casa di Primavalle, borgata di Roma, dove abitava il segretario della sezione del Msi, Mario Mattei, netturbino, e sparse benzina accendendola con un innesco. L’abitazione era piccola, 40 metri appena. Ci dormivano in sette, i genitori, il piccolo Giampaolo con i fratelli Stefano e Virgilio e le sorelle Lucia e Silvia. Quando divampò improvviso l’incendio, Mattei e la moglie con tre figli riuscirono avventurosamente a superare la barriera delle fiamme. Restarono intrappolati Stefano, 10 anni, e Virgilio, 22. Il padre urlava disperato: “Virgilio buttati”. Ma Virgilio, con il fratellino aggrappato alle sue gambe, non ce la fece. Morirono carbonizzati. C’è una foto raccapricciante di Virgilio deformato dalle ustioni, affacciato alla finestra. Ma Giampaolo, dopo tanti anni, non l’ha voluta ripubblicare.
Dopo la tragedia, l’orrore di una campagna di stampa e di una mobilitazione politica piva di ogni briciolo di pietà per le vittime di quell’atto infame. Molti sapevano la verità: gli assassini erano tre militanti di Potere Operaio, Achille Lollo, Marino Clavo e Manlio Grillo. Ma la verità doveva essere piegata a una orrenda campagna politica. Il manifesto scrisse: “Roma, assassinati due figli del segretario del Msi di Primavalle in un incendio doloso. È un delitto nazista. Fermato un fascista”. Lotta Continua scrisse: “La provocazione fascista oltre ogni limite, arriva al punto di uccidere i suoi figli. Un bambino è il costo di una criminale vendetta fascista”. La tesi della faida tra fascisti è illustrata da un libro, “Primavalle, incendio a porte chiuse”, dove si dice che l’attentato era stato una “montatura”. Ancora il manifesto definisce “tricolore” la fiamma che aveva bruciato i due ragazzi. Le vittime sono diventate carnefici.
Franca Rame scrisse a Lollo in carcere: “Ho provato dolore e umiliazione nel vedere gente che mente, senza rispetto dei propri morti”. I mentitori, va da sé, erano i fascisti. I docenti del liceo Castelnuovo, dove aveva studiato Lollo, scrissero: “Solo una mente fascista poteva pensare di appiccare il fuco a un appartamento di un lotto proletario”. Riccardo Lombardi scrisse a Lollo: “Caro compagno Lollo, scrivo questa lettera per incoraggiarti a resistere alla persecuzione”. Umberto Terracini scrisse che l’accusa era solo “una massa di menzogne, di falsi, di calunnie”. Quando i tre furono assolti in primo grado per insufficienza di prove, il Messaggero scrisse che la “vergognosa montatura fascista è crollata in Corte d’Assise” e Alberto Moravia fece appello “alle vecchie tradizioni liberali” della Svezia perché concedesse l’asilo politico agli imputati.
Nel 2005 Achille Lollo, riparato all’estero dopo la condanna definitiva, ha ammesso in un’intervista al Corriere della Sera di aver compiuto l’attentato di Primavalle. Si è corazzato dietro ancora dietro le assurdità di un complotto. Ma ha ammesso, mettendo il sigillo a una delle storie più terrificanti del fanatismo politico omicida dell’Italia repubblicana. Il libro di Giampaolo Mattei ce lo ricorda ancora.
maggio 4th, 2008 at 12:55 pm
Pol.sco è un provocatore revisionista.
La storia non si cambia. L’antifascismo è un valore costituzionale. Diffidate da chi cerca di utilizzare il pietismo per inquinare la verità.
maggio 4th, 2008 at 1:17 pm
Colombia: di lavoro si muore, ma ammazzàti
Esiste un paese al mondo, la Colombia, dove le morti dei lavoratori non sono solo bianche, ma da anni si combatte una guerra contro i loro diritti eliminando uno a uno chiunque osi alzare la testa e reclamare legalmente per i propri diritti. Nel 2008 sono stati 24 in appena quattro mesi i sindacalisti ammazzati, uno ogni 5 giorni.
In passato in Colombia se facevi il sindacalista e rompevi le scatole per diritti basilari, ti facevano fuori e via. Una pallottola all’uscita del lavoro, o al ritorno a casa. Quasi una “morte bianca”, come vengono edulcorate in Italia. Ma negli ultimi anni i paramilitari che lavorano da sicari per le grandi multinazionali come per le piccole e medie imprese, hanno raffinato la loro tecnica. Il sindacalista viene sequestrato, torturato per ore sapendo che il suo destino è la morte, viene mutilato pezzo a pezzo quando è ancora vivo e in genere viene fatto morire dissanguato. Il corpo viene poi pietosamente restituito ai familiari, perché lo possano piangere ma sopratutto perché il terrore possa spargersi a macchia d’olio come il sangue del disgraziato.
Secondo i dati della ENS (la scuola quadri della Confederazione generale del lavoro, CGT), in 20 anni di sindacalisti in Colombia ne hanno ammazzati 2.578, più di 120 all’anno, uno ogni tre giorni. Sono più morti di tutti i morti palestinesi e israeliani della seconda intifada, più morti di una guerra di mafia, ma i sindacalisti morti in Colombia non interessano a nessuno sulla stampa internazionale. E interessano poco o nulla alla giustizia colombiana. Appena 76 dei 2578 omicidi sono stati puniti dalla magistratura. In Colombia girano 2502 assassini di sindacalisti impuniti e pronti a colpire ancora nell’interesse dell’impresa, dalla Coca-Cola giù giù fino all’ultima falegnameria dispersa nella selva.
E i risultati del sangue si vedono. Nell’era Uribe, i contratti collettivi si sono ridotti ad un terzo di quelli del decennio precedente e in un paese che cresce del 7% l’anno (un ritmo minore di Argentina o Venezuela, ma sempre considerevole) non vengono creati che posti di lavoro precari, più che raddoppiati sempre rispetto al decennio precedente.
su Gennaro Carotenuto.it del 02/05/2008
maggio 5th, 2008 at 9:39 am
Definsci “provocatore”: non è forse uno che cerca di suggerire spunti diversi ad un dibattito praticamente inesistente o stentato?
Definsci “revisionista”: non è forse necessario scoprire nuove verità per arricchire la nostra conoscenza? La storia resistenziale si è arricchita dopo il film Porzus, mentre quella dell’immediato dopoguerra si è arricchita di nuovi dati sul triangolo della morte, le foibe, la strage di Rovetta. Chi ha paura delle nuove scoperte storiche? I valori resistenzali li ritieni così deboli da non sopravvivere alla verità completa sugli eventi? Spero proprio di no!
La storia si cambia eccome, si arricchisce, si completa: se no gli storici sarebbero tutti disoccupati
L’antifascismo è un valore, come lo è la ricerca della verità più completa, come lo è l’esser contro tutti i totalitarismi e contro la violenza, anche quando è rivolta verso gente che la pensa diversamente da te: sei per caso ancora d’accordo con lo slogan “Uccidere un fascista non è reato”?
E’ vero o non è vero che anche ragazzi di destra sono stati uccisi ingiustamente? Riesci a negarlo ed a guardarti ancora nello specchio?
Cosa vuol dire “inquinare la verità col pietismo”? Che dobbiamo tacere sui tanti morti innocenti che ci sono anche dall’altra parte?
E perchè dovremmo farlo? Forse che certi ideali in cui si crede hanno i piedi così di argilla da sprofondare ammettendo certe cose? Spero proprio di no!
maggio 5th, 2008 at 11:31 am
“Un Libro che fa male, ma che va letto”
di Walter Veltroni
Si intitola Cuori neri (Dal rogo di Primavalle alla morte di Ramelli. 21 delitti dimenticati degli anni di piombo). È il libro che il giornalista Luca Telese, cronista parlamentare del Giornale e firma di Vanity Fair, dedica al «lato B» appunto degli anni di piombo, alla storia, poco raccontata, dei militanti dell’estrema destra uccisi dalla violenza di quel periodo. A Walter Veltroni, che da sindaco del centrosinistra ha dedicato due mesi fa a Roma una strada proprio all’ultimo di quei ragazzi «dell’altra parte», Vanity ha chiesto di leggerlo in anteprima. Ci sono due passaggi di Cuori neri che potrebbero reggere, da soli, tutto il ragionare che Luca Telese fa su quella stagione orribile della nostra storia. Raccontano due momenti successivi alla sparatoria di via Acca Larenzia, quella in cui vennero uccisi tre militanti dell’estrema destra: Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, freddati sul colpo dalla stessa mitraglietta «Skorpion» con cui sarebbe stato assassinato Aldo Moro, e Stefano Recchioni, che morì più tardi per le ferite riportate. Il primo è il momento in cui l’assemblea degli studenti di un liceo accolse con un applauso la notizia che «anche il terzo fascista di Acca Larenzia» era morto. Il secondo momento è quello in cui, con una decisione coraggiosissima per i tempi, Radio Popolare, nota emittente «del movimento», aprì i microfoni in diretta a quanti (ci furono, e non pochi), pur dichiarandosi di sinistra e antifascisti «militanti» telefonarono per condannare l’uccisione di tre giovani, «diversi da noi ma ragazzi come noi». Tra l’applauso agghiacciante e le prime, timide voci di dissociazione dalle spietate certezze del tempo, si dipana un pezzo importante della ricostruzione che Telese fa di quegli anni, che chiunque abbia l’età per averli vissuti conserva dentro un bozzolo di angoscia. Il rogo di Primavalle, 16 aprile 1973; l’assassinio dei militanti missini di Padova, giugno ’74; Mikis Mantakas, febbraio, e Sergio Ramelli, aprile ’75; Alberto Giaquinto, Francesco Cecchin. Fino all’ultimo dei delitti «politici», l’uccisione di Paolo Di Nella, il 2 febbraio del 1983, un mese e mezzo prima del decimo anniversario della morte orribile di Virgilio e Stefano Mattei, ventidue e otto anni, bruciati vivi nella più povera delle borgate romane. Dieci anni della nostra vita, dieci anni scanditi, per una intera generazione, dall’impegno politico e dalle aspirazioni a una società più giusta e più moderna, ma attraversati da una sensazione continua di ansia, di paura per sé e per gli amici, i familiari, i compagni di fede. Giorni di speranze che piano piano affogavano nel senso di impotenza di fronte a una spirale di odio e di violenza che pareva non doversi fermare mai più. Telese dedica il suo libro alle vittime di destra, ma la violenza dei nostri anni di piombo indossava i panni dell’ideologia di una parte e dell’altra e da una parte e dall’altra scivolava, inesorabilmente, nel terrorismo. Morirono ragazzi di destra e di sinistra, in quel decennio, e uomini politici e magistrati, giornalisti, professori universitari, sindacalisti, agenti di polizia e carabinieri. Morirono persone perché avevano preso un treno o partecipavano a un comizio, perché erano nel momento sbagliato nel posto sbagliato, magari davanti a una bacheca dell’Unità a cercare un cinema. Fa male, il libro di Telese. Rievoca lutti mai davvero elaborati (basta leggere alcune fra le interviste ai familiari e agli amici delle vittime), eventi mai del tutto chiariti, responsabilità mai accertate, colpe mai punite. Ma è un libro che va letto, perché va tenuta viva la traccia, per quanto dolorosa sia, di una stagione che ci sembra tanto lontana ma che forse lo è meno di quanto appaia. Certo, a nessuno dei nostri ragazzi verrebbe mai in mente, oggi, di prendere una pistola e sparare a un «nemico» perché ha idee diverse dalle sue. L’Italia è cambiata, è più civile, più matura, più abituata al confronto delle idee, ed è così perché la dura partita degli anni difficili è stata vinta, alla fine, da chi credeva nella democrazia. Oggi possiamo, come è stato fatto, intitolare a Roma una strada a Paolo Di Nella come c’è già una piazza che ricorda Walter Rossi, ragazzo del «movimento» freddato alla Balduina nel ’77, e come ci sarà una via per Valerio Verbano, il giovane di sinistra massacrato sotto gli occhi della madre nel febbraio del 1980. E possiamo commemorare i fratelli Mattei, chiedere a tutti di piangere insieme i morti di quegli anni in nome di quella che il Presidente della Repubblica ha chiamato la memoria «intera» del Paese. Ma la violenza la si respira nell’aria, il terrorismo viene «da lontano», sì, ma si nutre di fanatismi che non sono del tutto estranei a certe pieghe della nostra società. E allora la memoria è un dovere.
maggio 5th, 2008 at 11:33 am
Formidabili quei Cuori neri, ecco il romanzo criminale dei martiri neofascisti
da “Il Riformista”
C’è l’Agnello: Sergio Ramelli, sedicenne ucciso nel 1975 a sprangate sotto casa, forse per aver scritto a scuola un tema “sbagliato” sulle Brigate rosse. C’è il Guerriero: Nanni De Angelis, rugbista, ecologista e testa calda di Terza posizione, morto nel 1980 in carcere, ufficialmente suicida, dopo aver subito percosse al momento dell’arresto. E poi l’Inconsapevole: Stefano Cecchetti, preso a pistolettate nel 1979 perché frequentava il bar sbagliato, gli Innocenti (i fratelli Mattei, bruciati vivi in casa loro nel famigerato rogo di Primavalle del 1973), i Proletari della «strage» di Acca Larentia (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni, 1978), il Pariolino Alberto Giaquinto, ucciso nel 1979 dalla polizia durante scontri di piazza in borgata, fino all’ultimo camerata inghiottito dalle faide rosso-brune, Paolo Di Nella (1983), cui recentemente Walter Veltroni ha dedicato una strada della capitale. È una vera e propria morfologia del martire neofascista quella che il trentacinquenne Luca Telese, che al periodo in cui si consumavano la gran parte dei 21 omicidi di «baschi neri» da lui raccontati ancora non parlava o andava a letto prima di Carosello, ha declinato in Cuori neri (Sperling & Kupfer, pp. 797, 18 euro), quasi ventimila copie vendute e terza edizione a pochi giorni dall’uscita nelle librerie.
Apologia di fascista? Il retropensiero accompagna il lettore di sinistra pagina dopo pagina, spingendolo con la mente a chiosare e annotare le coeve (e senz’altro soverchianti, basti pensare alle stragi) nefandezze compiute a destra. Ma mettersi a questionare sulla contabilità dei morti e degli agguati, come ha fatto Bruno Gravagnuolo recensendo il libro sull’Unità, un quotidiano che a trent’anni di distanza riesce a pesare gli anni Settanta solo sulla Bilancia della giustizia e della ragioneria, è far torto a un volume che è uno strepitoso repertorio di fonti scritte, orali e visive, assemblato con più di un credito alla stile televisivo di Carlo Lucarelli e con un gusto dell’affabulazione che civetta esplicitamente col pulp alla Quentin Tarantino e il fascino retrò da romanzo criminale. Perché quello di Telese è il ritratto di una gioventù cannibale e spietata – che di qua e di là si pesta e uccide col cupo vitalismo dei mafiosi di goodfellas scorsesiani, di cui condivide i codici di appartenenza, onore e vendetta – e va gustato per la riuscita miscela di documentazione e narrazione, nonché per l’azzeccata definizione storiografica che ne ha dato Andrea Colombo sul Manifesto: «Una registrazione fedele di come i neofascisti italiani si vedevano. Una comunità assediata e perseguitata». Non senza qualche fondamento, aggiunge giustamente Colombo, elencando i casi di giustificazionismo, quando non consapevole favoreggiamento, di intellettuali e stampa che coprirono azioni spregevoli come il rogo dei Mattei a Primavalle, senza omettere le colpe dello stesso Manifesto, che scrivendo dei due missini uccisi a Padova nel 1974 dalle Brigate rosse titolò: «C’è il sospetto che si siano ammazzati tra di loro». Del resto, specie nelle scuole superiori, dove oggi la politica è al massimo esercizio vintage e che allora erano invece teatro di guerra quotidiana, i fascisti erano spesso in ultraminoranza. Come al liceo Righi di Roma, dove gli unici “destri” dichiarati erano Maurizio Gasparri e Antonio Tajani: «Ancora oggi – racconta all’autore Gianni Alemanno, presente da protagonista in più di un capitolo del libro – se devo pensare a un immagine di Maurizio a quel tempo da ragazzo, il ricordo più nitido che mi viene in mente è questo: Gasparri e Tajani che corrono e duecento persone dietro che li inseguono».
Del libro si apprezza anche il rispettoso inseguimento del dolore nel tempo, a caccia di familiari e amici, tra citofoni silenti e telefoni non più attivi, per appartamenti, strade e piazze che spesso sono ancora quelli dove il sangue fu versato, e mamme e padri e sorelle e fratelli talvolta ancora carichi di rabbia, come la signora Anita Ramelli, che rifiuta il perdono e il risarcimento materiale dagli assassini del figlio, o la vedova Giralucci, tentata dall’occasione che le si offre di investire sulle strisce pedonali i responsabili della morte del marito. Ma colpisce, quando c’è, anche la volontà di disarmo. Appena nel 1981 compare una colonna di fuoco intestata a Nanni De Aneglis, il padre e la madre insorgono pubblicamente: «Chi in suo nome dichiara propositi di morte non fa altro che tradire la sua memoria».
Detto dei moti che agitano il lettore di sinistra, la facile previsione è che il libro si trasformi in un cult per il lettorato di destra. Non tanto per il revisionismo storico che certo potrebbe fomentare in bollettini di partito e sciocchi agit-prop, quanto perché, seppur scritto da un autore con curriculum bibliografico tutto a sinistra, è nell’album di famiglia della destra che Cuori neri apre crepe e voragini, indagando di fatto l’evoluzione di un partito, il Movimento sociale, nelle cui file militavano molti degli uccisi e che tuttavia con la sua gioventù spesso non seppe o non volle fare i conti. Un partito che, uscito dal ghetto e trasformatosi in meno di vent’anni dai fatti narrati in rispettabile formazione di governo, fatica a ritrovare un’identità e una memoria condivisa. Siamo pronti a scommettere che saranno molti i cuori neri di oggi, giovani o reduci, che sospireranno a leggere le parole rivolte al fratello Nanni da Marcello De Angelis, anche lui ex Tp, poi diventato pochi anni fa direttore di Area, mensile della destra sociale: «Credevamo che il più sfortunato fossi tu, che non hai potuto vivere il futuro. E invece tu hai vissuto la vita che volevi. I più sfortunati siamo noi, rimasti senza di te, in un tempo di portaborse, di voltagabbana e di gnomi».
maggio 5th, 2008 at 11:38 am
Ed ecco, invece, a voi ciò che pensano gli amichetti di Arcobalengo:
“SU INDYMEDIA L’ATTACCO DI CUORI NERI: «LIBRACCIO DELAZIONE!»
di Francesco Cutillo
Un “ragazzo di sinistra” (lo ha scritto Magazine) può scrivere un libro sui delitti neri dimenticati? Su “Indymedia.org” il 19 gennaio, va in rete il dibattito. Il titolo della sessione è un programma: “Un altro ex compagno tradisce”. Primi epiteti per l’autore di Cuori neri: “delatore e merdone”. Il corpo, ospita il pezzo del Corsera interrotto ogni cinque righi da un commento dell’autrice Simona Masini la quale ci regala commenti del tipo: «Visto??? – scrive – e questo sarebbe un compagno??? e perchè non va a portare pure i fiori sulle tombe dei sorci neri giustiziati dal popolo questo merdone??? lui ha vissuto col culo al caldo grazie a chi ha ammazzato quei porci liberando il paese e insegnando ai superstiti a stare al loro posto!!!» E si interroga: «E’ più importante la “verità” di questo merdone o salvare il paese dai fasci??? lo sa il merdone cosa erano gli anni settanta???». E se Cazzullo ricorda il percorso giornalistico di Telese raccontando che “è stato capufficio stampa di Rifondazione, ha scritto sul manifesto e sull’Unità”, la Masini chiosa: “questa carriera giornalistica dice tutto di che merdone sia il “compagno” telese!!!”. Tra un insulto e l’altro, poi, si appella ai compagni: “Questa gentaglia continua a spalare merda sugli anni settanta dopo che hanno rappresentato la nostra rivoluzione!!! compagni vogliono uccidere la nostra memoria!!! questo è revisionismo!!!!!!”. E chiude così il suo post regalando, ancora una volta, un pensiero all’autore: “Un libraccio dove il fucilatore di partigiani giganteggia è solo una merdata revisionista gigantesca, altro che compagno!!! luca telese fascio infiltrato di merda”. I commenti a margine si dividono tra coloro che sono a favore dell’attacco e coloro che sonocontro (pochissimi). Si parte con “beati gli svizzeri” che, rimanendo stupito del fatto che Placido avesse fatto politica nella Giovane Italia, scrive: “Occorre fare una cernita in Italia per fare pulizia. da Montesano a Vianello a Buzzanca ci sono troppi “non pentiti” in Italia che hanno nascosto il loro passato… ma non è incostituzionale??? e lavorano in televisione? beati gli svizzeri”. Non manca nemmeno il classico indifferente che evidentemente si riferisce a tutt’altro: “Se uno legge bene tra le righe di questo articolo – dice Virus – si capisce che è una provocazione. Ci prendi per dei fessi? Chi se ne frega di Telese. Da quando in qua si leggono i libri di uno che scrive per il Giornale? E inutile (riferendosi alla Masini, ndr) che cerchi di sollevare sto polverone”. E ancora sulla carriera di Telese: “ha lavorato anche per l’unita’ e il manifesto. altro che chi se ne frega! non e’ importante per chi lavora ma smerdare il revisionismo di questo qui che si spaccia anche per “compagno”. o vogliamo lasciare che lui e pansa (altro presunto compagno) continuano a scrivere e pubblicare i loro libri revisionisti? quelli che oggi scrivono per libero o il giornale possono scrivere libri fascisti senza che noi diciamo niente?”. Ma a fondo pagina c’è una vera e propria chicca a firma “Chiavi inglesi”: “resta il fatto – scrive – che questi pseudo o ex compagni che si mettono a fare il martirologio dei fasci mettono addosso una tristezza e una rabbia infinite. Arriveremo a proporre santo Sergio Ramelli! chi si fa portatore di un’ideologia di odio è bene che sappia che farà quella fine. Stop.”. Se lo dice “Chiavi Inglesi” …”
maggio 5th, 2008 at 2:17 pm
POLiticamente SCOrretto, ma te ne stai accorgendo che hai praticamente messo su un blog su quello di Marcellino? (nn è una presa per il culo, mi piace il nome). Se vuoi discutere su qualcosa fallo pure, ma non da solo, perchè mi pare che un tuo bel blog ce l’hai già (ci siamo già accorti che sei egocentrico, non ti preoccupare, ma non diventarmi narcisista…). E poi, oky che è l’era dei copia-incolla, ma non ti sembra di esagerare?
maggio 5th, 2008 at 4:23 pm
Pensa che avevo anche una mia rubrica sul blog di marcellino!
Comunque ritengo utile far conoscere lati delle questioni sconosciuti in certi ambienti e, se può servire, il copia e incolla l’hanno inventato apposta
maggio 5th, 2008 at 5:03 pm
Le lunghe tiritere sgrammaticate di Pol.sco non le legge più nessuno. Comunque i nostri valori sono ancora saldi, ciccio. Ti dedichiamo questa bella filastrocca, magari puoi farci il copia e incolla:
FASCISTI CAROGNE TORNATE NELLE FOGNE
maggio 6th, 2008 at 11:27 am
Ti ricordo cosa ha detto Marcello Saponaro Says:
Maggio 5th, 2008 at 6:23 pm
Per il resto, Arcobalengo, se dovessi decidere sulla base di questo post chi è quello intelligente tra te e Polsco… scelgo Polsco.
Cerca di dimostrarmi il contrario nei prossimi commenti.
grazie
Marcello
Gianni Alemanno ha detto ieri: “I valori della Resistenza non si discutono, sono valori di libertà. Non c’e’ nessuna polemica ma grande rispetto e radicamento. Poi c’è la componente di odio e di guerra civile sulla quale siamo chiamati a un’opera di verità condannando gli abusi che furono fatti da ogni parte affinchè di quella guerra civile non rimangano strascichi. In ogni caso qualsiasi opera di chiarimento storiografico e di ricucitura nazionale non mette in discussione i valori della resistenza, fondativi della Costituzione”
La maggioranza delle testate giornalistiche li chiama neo-nazisti
Molti li chiamano Ultrà della curva figli di papà
Il Questore ed il Procuratore della Repubblica, che han parlato con loro, li dipingono come giovanissimi sprovveduti senza alcun collegamento con organizzazioni o gruppi, affermando inoltre che due dei cinque erano lì addirittura per caso
La Procura li ha iscritti nel registro degli indagati per il reato di omicidio preterintenzionale (spiegazione per i soli arcobalenghi: “non avevano intenzione di uccidere”) per futili motivi e non per motivi politici
maggio 6th, 2008 at 12:21 pm
Il negazionismo alleggerisce.
maggio 6th, 2008 at 4:25 pm
P.S. L’unica cosa che non mi va a genio, Pol.sco, è che la festa della resistenza diventa molte volte non più una commemorazione, bensì solo la festa della libertà in generale…è certamente festa per celebrare i valori della libertà, ma non solo questo…
maggio 6th, 2008 at 4:30 pm
Il 53% che ha votato Alemanno è proprio visceralmente antifascista, vero Pol.sco.?
Ma proprio visceralmente che non lo reggi.
maggio 6th, 2008 at 5:55 pm
@Giu Sono d’accordo. Specie per chi è ancora vivo ed ha vissuto sulla propria pelle quei tempi che si commemorano. Dobbiamo attrezzarci per quando non sarà più in vita nessun testimone diretto
maggio 6th, 2008 at 8:21 pm
Pol: Mmmh…Comincerei subito dall’educazione nelle scuole…prima almeno facevi qualcosa alle elementari, ma soprattutto alle medie…Alle superiori fino in quinta non ti fanno far nulla e la maggior parte dei ragazzi non sa neanche cos’è il 25 aprile a 17 anni…e ora, oltre alle superiori, non si fa nulla alle elementari per la riforma, e si accenna alle medie che “in un tempo imprecisato ci furono i partigiani”, quasi fossero delle figure mitiche dell’antica grecia…e c’è anche chi, venendo da altri paesi dopo l’infanzia arriva in Italia a dire che questa festa è comunista e a chiedere subito dopo:”cosa sono i campi di concentramento?” (a 17 anni dopo 4 anni di soggiorno!)…Inorridisci a sentirtelo dire!!! (Mi è capitato anche questo purtroppo) P.S. Per non parlare della confusione fra destristi con fascisti, e tipi di sinistra con comunisti!
maggio 6th, 2008 at 10:23 pm
Quando scopri che gli adolescenti d’oggi non sanno nemmeno cosa è stato tangentopoli o il delitto Moro e le Brigate Rosse o la strategia della tensione e le stragi fasciste o il ’77 e il ’68, non ci si stupisce che non sappiano cos’è il 25 aprile, a parte l’opportunità di fare il ponte con la famiglia
maggio 13th, 2008 at 8:30 am
ma proprio visceralmente
luglio 3rd, 2008 at 6:09 am
Il sindaco Alemanno, di cui don Ruggero è stato uno dei garanti in campagna elettorale, alla notizia dell´arresto, ha detto: «È stato un grande dolore. Chiedo ai magistrati e agli inquirenti tutta la chiarezza possibile e di non fare sconti a nessuno, perché quando si parla di pedofilia bisogna esser rigorosi e netti: è un male che va combattuto in ogni modo». Mentre Mario Staderini, dei Radicali, ha chiesto al Comune di costituirsi «parte civile nel procedimento penale per meglio assicurare assistenza a chi è doppiamente debole».
luglio 4th, 2008 at 9:41 pm
Perché il vescovo non ha denunciato don Ruggero Conti, invece di sospenderlo per un mese.
Ribadisco che le responsabilità del vescovo sono gravissime. Probabilmente ha permesso a don Ruggero di violentare ragazini fino a marzo 2008, ben oltre le prime denunce di cui era a conoscenza, risalenti a oltre un anno fa.
Un atteggiamento criminogeno che manifesta il completo disprezzo per la sorte dei bambini da parte delle gerarchie eccleisastiche e l’abnormità della crimen sollecitationis.
luglio 5th, 2008 at 10:57 am
@ Marcello Saponaro
La (o il) Giu qui sopra non è Giu
Ho parlato con lei (l’originale) che si trova attualmente in Portogallo e mi ha pregato (alquanto incazzata) d’intervenire presso di te per richiamare l’usurpatore di nick a trovarsene un altro
luglio 5th, 2008 at 11:25 am
Perché il vescovo non ha denunciato don Ruggero Conti, invece di sospenderlo per un mese.
Le responsabilità del vescovo sono gravissime. Probabilmente ha permesso a don Ruggero di violentare ragazzini fino a marzo 2008, ben oltre le prime denunce di cui era a conoscenza, risalenti a oltre un anno fa.
Un atteggiamento criminogeno che manifesta il completo disprezzo per la sorte dei bambini da parte delle gerarchie eccleisastiche e l’abnormità della crimen sollecitationis.
luglio 7th, 2008 at 10:44 pm
L’amministraziona del Vaticano ha già superato i due miliardi di dollari in risarcimenti alle vittime di minori stuprati da preti cattolici in USA. Una buona parte di questi soldi sono stati sottratti alla chetichella all’obolo di San Pietro e quando non è stato più sufficiente, all’8 x mille.
luglio 9th, 2008 at 3:20 am
Qualche forum segnala che anche quando Don Ruggero stava alla parrocchia della Giustiniana, c’erano state voci su tendenze pedofile, e per questo era poi stato trasferito.