La rivolta nel Tibet è stata organizzata da Pechino? ** aggiornato **

4 aprile 2008 | di Marcello Saponaro | Archiviato in Diritti (umani e altro), Libertà | 792 visite.

Se fosse vero, la storia l’abbiamo già vista in altre parti del mondo (Genova compresa). L’email (presumo la catena) che ho ricevuto dice che la fonte è la Britain’s GCHQ, the Government Communications Agency. Ho provato a controllare su internet (servizio antibufale compreso) ma non ho trovato nulla che smentisse o confermasse la notizia.

Aggiornamento 4/4/2008
Ecco la risposta della GCHQ a una nostra email con richiesta di conferma e chiarimenti:

Susanna,
I can only confirm that the picture has nothing at all to do with GCHQ, nor have GCHQ been contacted by Gordon Thomas – the writer involved with this story. You might like to view the china.org.cn website that includes an item claiming to uncover the photograph as a ‘hoax exposed.’
Hope that is helpful.

Alan Thompson
Press Officer, GCHQ

Inoltre, sul sito cinese China.org.cn è stata pubblicata una smentita. Non sappiamo quanto “governativa” e quanto di propaganda. Appena riusciamo ad ottenere ulteriori riscontri vi aggiornerò qui sul blog.

Link correlati:
- La mia prima volta (alla girl geek dinner)
- Ti hanno risposto!
- La cresta sulla carta (servizi)
- Il Nobel di Al Gore: l’ambiente per la pace
- Sondaggi atomici: la maggioranza non vuole “casini”


Ti è piaciuto l'articolo? Vota Ok oppure No. Grazie Mille!


16 Responses to “La rivolta nel Tibet è stata organizzata da Pechino? ** aggiornato **”

  1. rossidavvero Says:

    Mi dispiace, ma non mi commuovo per il Dalai Lama!

    di Massimiliano Ay

    Un treno veloce collegherà a breve il Tibet al resto della Cina: l’arrivo della piena modernità agita chi coltiva progetti restauratori per quella regione del mondo in cui da cinquant’anni anche le donne finalmente vanno a scuola. C’è da constatare come a volte i fumi di certi incensi siano volti, più che alla purificazione dello spirito, all’annebbiamento della comprensione degli avvenimenti. Certo si è sempre contro violenza e repressione, ma che cosa è successo in Tibet? Gruppi di nazionalisti tibetani hanno assaltato non i luoghi del potere politico, ma i negozi dei commercianti cinesi. Morti e feriti si sono verificati tra tibetani e cinesi. Può tutto questo essere ricondotto alla solita tesi dei cattivi cinesi e dei poveri monaci? Credo di no! Siamo tutti d’accordo nel chiedere al governo cinese moderazione nella gestione dell’emergenza, ma l’isteria del “Free Tibet” spopola sui media occidentali facendo passare informazioni palesemente distorte per abituare l’opinione pubblica a vedere nella Cina il futuro nemico dell’Occidente: prima c’erano i sovietici, ora gli integralisti islamici, fra un po’ i cinesi, che oltre a dirsi comunisti sono anche dannatamente capaci sul fronte economico, ponendo seri problemi al dominio nordamericano. La Sinistra occidentale, come spesso accade, ormai del tutto disarmata da quel metodo scientifico di analisi che è il marxismo, si lascia prendere da facili emozioni pseudo-umanitarie e si scaglia senza riflettere contro il bastione cinese che non si arrende al mondo unipolare. La storia della “repressione” è però un’altra e va raccontata anche se è impopolare.

    Riabilitare i nazi…
    La storia di quella terra la conosciamo in parte grazie al film “Sette anni in Tibet”. Un film di parte, basato sul libro di un certo Heinrich Harrer, un nazista austriaco che durante la seconda guerra era in amicizia con l’artistocrazia tibetana: il colonialismo hitleriano infatti in quel periodo era in competizione con quello inglese. Un film incentrato sul racconto di un nazista che viene sdoganato e lodato nella sale cinematografiche e nelle scuole dei nostri paesi democratici: che grande esempio di civiltà!

    Il santone
    E in tutta questa storia campeggia una figura spirituale amata da tutti gli occidentali in cerca di una identità “alternativa”: il Dalai Lama, che vive di un vitalizio finanziario gentilmente concessogli dal governo di Washington. Il suo metodo viene definito gandhiano, nonviolento e pacifista. Strani aggettivi per uno che sosteneva i bombardamenti della NATO contro la Jugoslavia! Ma al di là di ciò, questo signore è ben strano, è contro l’aborto e denuncia i gay, è nostalgico di un sistema dove vigeva la schiavitù, dove non si consideravano le donne quali esseri umani ma le si facevano dormire con gli animali, dove si gestiva una società autoritaria e teocratica basata sulle caste, dove le scuole non esistevano così come gli ospedali, e dove i figli dei contadini erano registrati come oggetti appartenenti al monaco di turno. Non è neppure necessario definirsi maoisiti per capire che i contadini tibetani hanno sostenuto l’Armata Rossa nel 1950, accogliendo con soddisfazione la ridistribuzione delle terre e l’abolizione della società feudale, piuttosto che il Dalai Lama che vive(va) a spese degli altri. Le riforme di Mao hanno portato all’innalzamento dell’età media della popolazione, alla costruzione di una rete viaria e di una rete educativa primaria e professionale in cui la lingua d’insegamento è il tibetano. Perché non si dice cosa era il Tibet prima della Rivoluzione? Da quando dei democratici – ancorché non comunisti – si mettono a difendere una società autocratica come quella lamaista? Perché non si dice che il Dalai Lama fu costretto ad andarsene anche a seguito di una rivolta popolare contro la schiavitù?

    L’invasione fu davvero invasione?
    Si dice comunemente che la Cina maoista invase il Tibet. E giù tutti a gridare che anche i comunisti sono dei colonialisti. A dire il vero, però, il Tibet è da quasi mille anni una provincia cinese: solo dopo il 1949, anno della costituzione della Cina rivoluzionaria, gli Stati occidentali, USA in testa, iniziarono a interessarsene (in funzione anti-Pechino), creando in seguito degli eserciti controrivoluzionari. Come diceva bene il 9 gennaio 2000 sul quotidiano “Il Manifesto” Enrica Collotti Pischel: “Non ha alcun senso dire che la Cina conquistò il Tibet (…); nel 1950 le forze di Mao completarono in Tibet il controllo sul territorio cinese; nel 1951 fu raggiunto un accordo con il Dalai Lama per la concessione di un regime di autonomia. Verso il 1957, nel pieno dell’assedio statunitense alla Cina, i servizi segreti inglesi e americani fomentarono una rivolta dei gruppi di tibetani (…); i cinesi repressero certamente la rivolta con pugno di ferro: nelle circostanze internazionali nelle quali si trovavano e nel loro contesto etnico non era razionale pensare che si comportassero diversamente. (…) Sullo sfondo della rivolta, il Dalai Lama dichiarò decaduto l’accordo per il regime autonomo e fuggì con la maggioranza della classe dirigente tibetana in India, dove costituì un proprio governo in esilio e il proprio centro di propaganda. (…) Recentemente la CIA (…) ha ammesso di aver finanziato tutta l’operazione della rivolta tibetana.” Ma allora, la Cina popolare cosa ha fatto di tanto “riprovevole”? Non solo ha portato diritti sociali ai contadini tibetani che prima erano schiavi del Dalai Lama, ma ha concesso al Tibet uno statuto di autonomia che garantisce la loro lingua, la loro cultura e la loro religione.

    Una strategia imperialista
    Usciamo dal discorso buonista cui siamo abituati: sappiamo che il “dividi et impera” è una strategia tipica dell’imperialismo, utilizzata spesso dagli USA, i quali stretti da recessione e declino, operano per frantumarne l’unità della Cina e fomentare guerre civili etniche con gruppi terroristici appositamente addestrati e una asfissiante propaganda unita a qualche messaggio religioso. Si alimentano quindi i nazionalismi e gli integralismi religiosi non solo in Tibet, ma anche nello Xingian (provincia cinese a maggioranza turca): questa strategia l’abbiamo già vista applicata nella ex-URSS e nella ex-Jugoslavia, paesi che per quanto criticabili sotto determinati aspetti, erano sovrani e favorivano un mondo multipolare. Eppure, nonostante questi fatti, tutto viene confuso con quello che è diventato un dogma: il “diritto all’autodeterminazione dei popoli” che nel caso concreto è orchestrato all’estero! Per dei comunisti vale il metodo marxiano di analisi dello stato di cose presenti. Non vedere come certi princìpi, nell’evoluzione della realtà, possano diventare strumenti reazionari, significa abbandonare di colpo ogni base filosofica materialista-dialettica.

  2. Marco Cimmino Says:

    Io ho come l’impressione che, semmai, una colpa dell’Occidente è quella di vedere nella Cina un poderoso partner economico, glissando sul fatto che è una spaventosa dittatura. Mi rallegro del fatto che, nonostante i catastrofici risultati del socialismo reale, nonchè il risibile risultato delle analisi storiche ed economiche del marxismo, qualcuno ancora ne rivendichi l’attualità ed il valore. E’ un segno di vivacità in una categoria che, al pari dei Panda dello zoo di Pechino, temevo si stesse estinguendo. Ricapitolando: il Tibet è sempre stato parte della Cina. Dal che arguisco essere provocatori e retrivi misoneisti quei dimostranti che si sono messi a devastare i negozi dei Cinesi, dimostrando così che la loro motivazione non era politica ma bassamente commerciale. Gente che va contro la storia, il progresso e la logica delle cose, insomma. Naturalmente, foraggiata dalla Cia, piuttosto che da qualche altra innominabile associazione antidemocratica. Inoltre, la Cina per quei quattro straccioni di Tibetani, pieni di pregiudizi verso le donne e verso la libertà, ha fatto e continua a fare opera benemerita: basti pensare alla ferrovia ad alta velocità…Che, per inciso, alle nostre latitudini viene ferocemente contestata proprio da quelli che applaudono alla sua vocazione himalayana. Un interessante caso di relativismo applicato, mi verrebbe da chiosare. Infine, l’Occidente: il maledetto Occidente. Terrorizzato dai clamorosi successi civili, economici e politici di Pechino, l’Occidente non aspettava altro che questa rivolta di facinorosi tibetani, dediti allo sciacallaggio e alla negazione della storia, per tuonare potentemente contro il comunismo cinese: la solita subdola disinformazione occidentale, che ha sempre dipinto, chissà come mai, le repubbliche popolari come luoghi di terrore e di totalitarismo. Laddove, viceversa, la storia ha dimostrato che sono paradisi della libertà e dell’intrapresa. Invece, se avessero un po’ di sale in zucca, gli occidentali dovrebbero mettersi di buzzo buono e cercare di imitare i paradisiaci Laogai pechinesi: reintrodurre la pena di morte, anche per i reati minori ed applicarla con maggiore intensità nei pressi delle feste comandate, come si fa in Cina. Immaginiamo qualche bella esecuzione collettiva per Sant’Alessandro o il 25 aprile: così si fa, per la miseria! E poi, che diamine: la Cina è un esempio anche dal punto di vista economico! Basterebbe rendere schiavi i lavoratori delle fabbriche, sottopagarli e farli lavorare con turni massacranti, cancellare quegli inutili sindacati, fregarsene allegramente dell’inquinamento e della contraffazione dei marchi, adulterare i cibi ed ignorare le più elementari leggi del commercio internazionale per rilanciare la nostra pencolante economia!
    Perchè non ci abbiamo pensato prima? Forse, perchè eravamo accecati dalla solita propaganda demoplutogiudaica: dal complotto massonico della Round Table. E quel Dalai Lama…mmmmh: sotto quell’aspetto mite e conciliante, scommetto che è un furbacchione, strapagato da qualche servizio segreto. Un provocatore, del tipo di quelli che cercarono di fermare la gioiosa macchina rivoluzionaria a Budapest, nel ’56, o a Praga, nel ’68: anche allora in Italia c’era chi scriveva che erano foraggiati e sobillati dalle forze della reazione. E che andavano schiacciati, senza pietà. Perfino il nostro attuale Presidente della Repubblica ebbe parole di fuoco contro quei miserabili antirivoluzionari. Ha chiesto scusa, è vero: ma l’hanno sicuramente costretto a farlo i soliti poteri forti, nemici della verità e della giustizia. Meno male che c’è ancora qualcuno libero da paraocchi ideologici: qualcuno che pensa con la propria testa, che non si fa ingannare dalla propaganda e che ce le canta belle chiare! Quasi quasi, il prossimo trekking lo faccio in Tibet, anzichè sull’Adamello: tanto, con l’alta velocità, è un attimo…Ossignùr!

  3. rossidavvero Says:

    Scommetto che credi anche che le torri gemelle le abbiano fatte cadere gli arabi…

  4. Marco Cimmino Says:

    Assolutamente no: sono convinto che abbiano a che fare con le misteriose strisce lasciate dagli aerei…ma per chi mi hai preso, per uno sprovveduto? So perfettamente che l’uomo non è mai sbarcato sulla luna, che in Unione Sovietica non ci sono mai stati i gulag, che nell’area 51 ci sono gli omini verdi vivi e vegeti in gabbia e che nelle fogne di New York è pieno di coccodrilli bianchi! Così come sono perfettamente convinto che la soluzione ai problemi dei disoccupati sarebbe dar loro uno stipendio di 1.300 euro e che se le automobili andassero ad acqua respireremmo tutti meglio. Dai, mi sottovaluti! Scherzavo prima: vuoi davvero che qualcuno dotato di buon senso possa pensare che è vero che in Cina c’è una dittatura? E’ tutta propaganda: non l’hai letto Chomsky? Orca, mi spiace che tu mi abbia preso sul serio! Lo so che le foto delle esecuzioni sono taroccate e che i dati sull’inquinamento dello Yang Tse sono manipolati dal Mossad: sempre la stessa storia! E’ da novant’anni che ci raccontano un mucchio di balle sul comunismo! E pensa che c’è perfino chi ci crede! Eh, ma per fortuna ci sono quelli come noi, che non si lasciano ingannare dai media: tocca a noi, caro compagno, aprire gli occhi alla gente. Le élites devono aprire la strada e le masse verranno: come scriveva Sorel ai bei tempi…Hasta la victoria siempre!

  5. rossidavvero Says:

    vedi, la teoria la sapresti.

  6. Pol.sco. Says:

    “rossidavvero”: Sì, DALLA VERGOGNA!
    Vai, Marco, continua così!
    Pol.sco., segretario provinciale dell’Associazione Italia-Tibet di Bergamo

  7. CCC Says:

    Ci mancava solo il tifo crociato fondamentalista, stiamo freschi.

  8. Marco Cimmino Says:

    Eggià, che vergogna il fondamentalismo: invece negare perfino l’evidenza dei fatti, in puro stile Peppone e Don Camillo è una cosetta che fa onore! Suvvia, ragazzi: posso immaginare che il socialismo reale sia l’ultima paperella cui potete aggrapaprvi in questo mare di lacrime, ma cercate almeno di salvare la faccia. Fra un po’ ironizzerete sull’abbattimento del muro di Berlino postulando che ci sia qualche fesso che ci crede, quando tutti sanno che è venuto giù per cedimento strutturale…Ma come si fa, nel 2008, a difendere cose come la Cina, il comunismo, la dittatura? E, per di più, trattare da fessi quelli che le contrastano: ma Toni Negri non vi ha insegnato proprio niente in termini di arroganza intellettuale? Me ‘l so mia!

  9. rossidavvero Says:

    @Pol.sco. Leggi qui vai, che ti rieduchi.

    Mi dispiace, ma non mi commuovo per il Dalai Lama!

    Un treno veloce collegherà a breve il Tibet al resto della Cina: l’arrivo della piena modernità agita chi coltiva progetti restauratori per quella regione del mondo in cui da cinquant’anni anche le donne finalmente vanno a scuola. C’è da constatare come a volte i fumi di certi incensi siano volti, più che alla purificazione dello spirito, all’annebbiamento della comprensione degli avvenimenti. Certo si è sempre contro violenza e repressione, ma che cosa è successo in Tibet? Gruppi di nazionalisti tibetani hanno assaltato non i luoghi del potere politico, ma i negozi dei commercianti cinesi. Morti e feriti si sono verificati tra tibetani e cinesi. Può tutto questo essere ricondotto alla solita tesi dei cattivi cinesi e dei poveri monaci? Credo di no! Siamo tutti d’accordo nel chiedere al governo cinese moderazione nella gestione dell’emergenza, ma l’isteria del “Free Tibet” spopola sui media occidentali facendo passare informazioni palesemente distorte per abituare l’opinione pubblica a vedere nella Cina il futuro nemico dell’Occidente: prima c’erano i sovietici, ora gli integralisti islamici, fra un po’ i cinesi, che oltre a dirsi comunisti sono anche dannatamente capaci sul fronte economico, ponendo seri problemi al dominio nordamericano.

    Riabilitare i nazi…
    La storia di quella terra la conosciamo in parte grazie al film “Sette anni in Tibet”. Un film di parte, basato sul libro di un certo Heinrich Harrer, un nazista austriaco che durante la seconda guerra era in amicizia con l’artistocrazia tibetana: il colonialismo hitleriano infatti in quel periodo era in competizione con quello inglese. Un film incentrato sul racconto di un nazista che viene sdoganato e lodato nella sale cinematografiche e nelle scuole dei nostri paesi democratici: che grande esempio di civiltà!

    Il santone
    E in tutta questa storia campeggia una figura spirituale amata da tutti gli occidentali in cerca di una identità “alternativa”: il Dalai Lama, che vive di un vitalizio finanziario gentilmente concessogli dal governo di Washington. Il suo metodo viene definito gandhiano, nonviolento e pacifista. Strani aggettivi per uno che sosteneva i bombardamenti della NATO contro la Jugoslavia! Ma al di là di ciò, questo signore è ben strano, è contro l’aborto e denuncia i gay, è nostalgico di un sistema dove vigeva la schiavitù, dove non si consideravano le donne quali esseri umani ma le si facevano dormire con gli animali, dove si gestiva una società autoritaria e teocratica basata sulle caste, dove le scuole non esistevano così come gli ospedali, e dove i figli dei contadini erano registrati come oggetti appartenenti al monaco di turno. Non è neppure necessario definirsi maoisiti per capire che i contadini tibetani hanno sostenuto l’Armata Rossa nel 1950, accogliendo con soddisfazione la ridistribuzione delle terre e l’abolizione della società feudale, piuttosto che il Dalai Lama che vive(va) a spese degli altri. Le riforme di Mao hanno portato all’innalzamento dell’età media della popolazione, alla costruzione di una rete viaria e di una rete educativa primaria e professionale in cui la lingua d’insegamento è il tibetano. Perché non si dice cosa era il Tibet prima della Rivoluzione? Da quando dei democratici – ancorché non comunisti – si mettono a difendere una società autocratica come quella lamaista? Perché non si dice che il Dalai Lama fu costretto ad andarsene anche a seguito di una rivolta popolare contro la schiavitù?

    L’invasione fu davvero invasione?
    Si dice comunemente che la Cina maoista invase il Tibet. E giù tutti a gridare che anche i comunisti sono dei colonialisti. A dire il vero, però, il Tibet è da quasi mille anni una provincia cinese: solo dopo il 1949, anno della costituzione della Cina rivoluzionaria, gli Stati occidentali, USA in testa, iniziarono a interessarsene (in funzione anti-Pechino), creando in seguito degli eserciti controrivoluzionari. Come diceva bene il 9 gennaio 2000 sul quotidiano “Il Manifesto” Enrica Collotti Pischel: “Non ha alcun senso dire che la Cina conquistò il Tibet (…); nel 1950 le forze di Mao completarono in Tibet il controllo sul territorio cinese; nel 1951 fu raggiunto un accordo con il Dalai Lama per la concessione di un regime di autonomia. Verso il 1957, nel pieno dell’assedio statunitense alla Cina, i servizi segreti inglesi e americani fomentarono una rivolta dei gruppi di tibetani (…); i cinesi repressero certamente la rivolta con pugno di ferro: nelle circostanze internazionali nelle quali si trovavano e nel loro contesto etnico non era razionale pensare che si comportassero diversamente. (…) Sullo sfondo della rivolta, il Dalai Lama dichiarò decaduto l’accordo per il regime autonomo e fuggì con la maggioranza della classe dirigente tibetana in India, dove costituì un proprio governo in esilio e il proprio centro di propaganda. (…) Recentemente la CIA (…) ha ammesso di aver finanziato tutta l’operazione della rivolta tibetana.” Ma allora, la Cina popolare cosa ha fatto di tanto “riprovevole”? Non solo ha portato diritti sociali ai contadini tibetani che prima erano schiavi del Dalai Lama, ma ha concesso al Tibet uno statuto di autonomia che garantisce la loro lingua, la loro cultura e la loro religione.

    Una strategia imperialista
    Usciamo dal discorso buonista cui siamo abituati: sappiamo che il “dividi et impera” è una strategia tipica dell’imperialismo, utilizzata spesso dagli USA, i quali stretti da recessione e declino, operano per frantumarne l’unità della Cina e fomentare guerre civili etniche con gruppi terroristici appositamente addestrati e una asfissiante propaganda unita a qualche messaggio religioso. Si alimentano quindi i nazionalismi e gli integralismi religiosi non solo in Tibet, ma anche nello Xingian (provincia cinese a maggioranza turca): questa strategia l’abbiamo già vista applicata nella ex-URSS e nella ex-Jugoslavia, paesi che per quanto criticabili sotto determinati aspetti, erano sovrani e favorivano un mondo multipolare. Eppure, nonostante questi fatti, tutto viene confuso con quello che è diventato un dogma: il “diritto all’autodeterminazione dei popoli” che nel caso concreto è orchestrato all’estero!

    di Massimiliano Ay

  10. Marco Cimmino Says:

    Considerando il prestigioso curriculum di questo qui, citato come fosse chissà quale maestro di pensiero, viene da chiedersi perchè non hanno mai fatto scrivere a Goebbels la vera storia della democrazia nella Germania nazista! Ecco qua come si autodescrive nel suo blog…La cosa più esilarante è la descrizione dei cambi di scuola elementare, come se scrivesse di essere passato dalla Normale all’Ecole des Hautes Etudes…E questo sarebbe il guru che ci spiega la verità sul rapporto Cina-Tibet? Io conosco almeno un paio di tabaccai che sanno tutto sul triangolo delle Bermude…

    “Massimiliano Arif Ay, nato nel 1982 e residente nella Svizzera italiana, è cittadino svizzero e di recente ha acquisito pure il passaporto turco.

    Scuola

    Inizia le scuole dell’obbligo a Carasso nel 1988 con la maestra Rosanna Antognoli, passando nel 1991 alle scuole Nord di Bellinzona con la maesta Paola Celio . Dal 1993 al 1997 frequenta le scuole medie nella sede di Bellinzona 1 con docenti di classe Olimpia Beatrizotti e in seguito Pierangelo Maddalena. Dopo la maturità liceale (indirizzo economico) a Bellinzona, ottenuta nel giugno 2001, si iscrive alla facoltà di diritto dell’Università di Zurigo (UZH) e attualmente studia presso la facoltà di scienze umane dell’Università di Lucerna (UNILU). Sia alle scuole medie con “L’Ora buca”, sia al liceo con “La LiBellula”, è stato attivo nella redazione dei giornalini scolastici.

    Politica

    Partecipa alla sua prima manifestazione politica in 4.a media, quando suo padre lo porta ad un concentramento di docenti e funzionari statali contro i tagli. Si schiera presto a sinistra: nel 1999 crea un sito di controinformazione liceale e l’anno seguente dà vita al “Liceale Socialista”, un circolo virtuale per i giovani socialisti del suo liceo.
    Dopo una breve permanenza nella Gioventù socialdemocratica svizzera (JUSO), dal 2001 al 2003 collabora con il Movimento per il socialismo (MPS), organizzazione vicina alla IV Internazionale. Non riconoscendosi nel trotzkismo e rifiutando di rinnegare la sua impostazione marxista si avvicina al socialismo cubano, stabilendo rapporti con Teresita Vicente Sotolongo, allora ambasciatrice di Cuba in Svizzera (Embacuba) e con l’Associazione Svizzera-Cuba (ASC).
    Nel 2001 e nel 2002 è attivo a livello comunale opponendosi alla privatizzazione prima e alla trasformazione in società anonima poi dell’Azienda Elettrica Comunale e delle Aziende Municipalizzate di Bellinzona.
    Durante le elezioni cantonali del 2003 è proponente della lista del Movimento per il Socialismo e per le elezioni comunali del 2004 appoggia la lista civica Bellinzona Vivibile e il sindaco radicale Brenno Martignoni.
    Nell’aprile 2005 ottiene la tessera del Partito del Lavoro (PdL, oggi Partito Comunista) e stabilisce contatti amichevoli con il Partito dei Comunisti Italiani (PdCI) e il Partito Comunista di Ginevra (Les Communistes). Nel contempo si avvicina al Partito dei Lavoratori di Turchia (IP), ammirandone la sintesi ideologica marxista-leninista e kemalista. Inizierà poi intrattenere relazioni con il Partito Comunista di Turchia (TKP) e visiterà il responsabile esteri del Partito Comunista di Boemia e Moravia (KSCM) a Praga. in occasione del XVIII Congresso del Partito del Lavoro inizierà a porre la questione della denominazione e della linea ideologica: durante il Congresso straordinario del 16 settembre 2007 sarà relatore della mozione di maggioranza che criticò la linea della Sinistra Europea (SE) e modificò il nome del PdL in Partito Comunista.

    Sindacalismo studentesco e professionale

    E’ rappresentante degli allievi del suo liceo nell’anno scolastico 2000/01 e membro del Collettivo studentesco ticinese (CST) dal 2000 al 2003, anno in cui, a seguito di una scissione nel movimento, fonda con una decina di compagni il Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA), del quale sarà segretario centrale e coordinatore politico.
    Nel primo anno all’Università di Zurigo aderisce alla VSU, l’Associazione degli studenti universitari, a cui non rinnoverà l’iscrizione per divergenze sulla strategia di lotta, e si avvicina al Comitato d’Azione Studentesca partecipando nel gennaio 2003 allo sciopero contro la riforma della legge universitaria cantonale e all’occupazione della mensa dell’istituto.
    Si scontra con la direzione della Scuola fin da subito: in prima liceo per un problema organizzativo litiga con il vicedirettore dell’istituto Rocco Sansossio; in terza liceo è convocato, unitamente all’amico Giuliano Morandi, dal direttore Giuseppe Fossati per aver scritto un articolo satirico ritenuto offensivo contro un’insegnante e all’inizio della quarta liceo viene nuovamente chiamato all’ordine per un altro testo e per le sue esternazioni sulla scuola, il tutto corredato da una minaccia orale di provvedimento disciplinare e sospensione dalle lezioni, che non avrà però luogo.
    Dal novembre 2000 in seno al Collettivo Studentesco Ticinese lavora per l’organizzazione della manifestazione contro il finanziamento pubblico delle scuole private, che avrà luogo l’8 febbraio 2001.
    Dal 2001 al 2003 è membro del comitato direttivo dell’ormai disciolta Associazione Libex degli ex-studenti del Liceo di Bellinzona, tramite la quale entra in contatto con l’Unione degli Studenti Italiana (UdS) e con Haidi Giuliani, la madre di Carlo, il ragazzo assassinato durante le proteste contro il G8 di Genova.
    Il 21 marzo 2003 è attivo durante il primo sciopero studentesco ticinese dopo oltre un decennio in cui il movimento studentesco era in letargo. A seguito però della sua partecipazione unitamente a 500 liceali alla temporanea occupazione del Liceo di Bellinzona il direttore dell’istituto lo dichiara, nell’aprile 2003, persona non gradita tentando di impedirgli l’attività sindacale in sede.
    Il suo attaccamento al pensiero pedagogico milaniano inizia durante la 1.a liceo, nel 1998, leggendo “Lettera a una professoressa” e continua nel 2003, anno in cui stabilisce un’amicizia “digitale” con Edoardo Martinelli, autore de “La pedagogia dell’aderenza”. Il 15 maggio 2004 incontra a Vicchio del Mugello (Firenze) gli ex-studenti di don Lorenzo Milani e prende parte alla marcia di Barbiana in ricordo di quella fondamentale esperienza pedagogica.
    Fra il 2004 e il 2005 ha preso parte a due corsi di aggiornamento in Italia sul pensiero pedagogico della Scuola di Barbiana e sul sindacalismo di base nella scuola con il sindacato Unicobas. In Svizzera, a Witznau, ha seguito nell’ottobre 2004 un corso di base sulla storia e la politica sindacale a cura dell’Istituto Movendo dell’Unione Sindacale Svizzera (USS).
    Dopo aver rifiutato, nell’agosto 2003, l’invito del proprio segretario politico José Domenech di entrare nel Comitato cantonale della Federazione dei Lavoratori del Commercio dei Trasporti e dell’Alimentazione (FCTA), quattro mesi più tardi, anche a fronte di attacchi ritenuti inacettabili da parte dei militanti ticinesi del Sindacato Edilizia e Industria (SEI), aderisce per solidarietà al sindacato FCTA venendone eletto delegato nazionale per il Congresso di scioglimento che si svolse a Basilea il 15 ottobre 2004. In quell’occasione assieme al segretario cantonale José Domenech e al presidente cantonale Sergio Savoia prende pubblicamente posizione contro lo scioglimento del centenario sindacato, contro le purghe in atto nei confronti dei sindacalisti dissidenti e contro l’annessione nei sindacati SEI e FLMO. Il suo intervento sul podio dello Swisshotel, molto pesante e critico nei confronti della burocrazia sindacale, viene riportato su tutta la stampa nazionale. La battaglia è però persa in partenza e la maggioranza dei delegati sceglie di unirsi con gli altri sindacati.
    Il giorno successivo, il 16 ottobre 2004, è delegato assieme a Tessa Nerini per i lavoratori iscritti nell’Unione regionale Ticino e Moesa della FCTA al congresso costitutivo del sindacato UNIA. Per protesta nei confronti delle candidature uniche e cooptate si dichiarerà contrario alla nomina degli organi dirigenti. Come delegato ticinese rifiuterà inoltre di sostenere la risoluzione congressuale degli altri delegati ticinesi dei sindacati SEI e FLMO contro la libera circolazione dei lavoratori, rifiutando come sindacalista di operare una divisone all’interno della classe operaia.
    Da delegato sindacale nazionale si ritirerà dall’attivismo e manterrà un profilo basso nel nuovo sindacato UNIA Ticino, il quale, in questo cantone, risulta sempre più dominato da un partito solo: il Movimento per il Socialismo.
    Dal 2004 rappresenta il SISA nella Federazione Europea del Sindacalismo Alternativo (FESAL). Nel mese di febbraio dello stesso anno partecipa a Roma, alla riunone del Comitato promotore del Forum Europeo dell’Educazione (EEF). Nel dicembre 2004 incaricato dalla FESAL si incontra a Bellinzona con il segretario centrale aggiunto della Federazione Sindacale Mondiale (FSM) nonché suo rappresentate presso l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) delle Nazioni Unite (ONU), Ramon Cardona Nuevo, dirigente della Centrale dei Lavoratori di Cuba (CTC).
    Agli inizi di dicembre del 2005 è l’unico sindacalista svizzero, assieme a Vinko Bilusic e a Nikolas Zaganidis, ad essere presente al 15° Congresso della Federazione Sindacale Mondiale all’Avana, Cuba. A nome del SISA prenderà la parola durante la plenaria a avrà un coordiale scambio di opinioni con Pedro Ross Leal, segretario generale della Centrale dei Lavoratori di Cuba.

  11. Pol.sco. Says:

    Adesso desidereri conoscere il curriculum di rossidavvero per poterlo mandare in un campo di rieducazione in una galera cinese (o in una fabbrica, tanto non è che vi si vive meglio)

  12. laica Says:

    Sicuramente meglio che in casatrash, ora chiamo telefono azzurro per dei controlli.

  13. Pol.sco. Says:

    Laica è il nome di un cane, di solito

  14. rossidavvero Says:

    Vattimo, appello contro i monaci tibetani

    «Informazione scorretta: non è altro che la versione aggiornata del piano imperialista inglese contro la Cina»

    E se i disordini di Lhasa del 14 marzo non fossero stati altro che «un pogrom anticinese»? Una «caccia all’uomo finita con donne, bambini e vecchi dati alle fiamme?» e se la stampa internazionale «quella europea in particolare» fosse impegnata in «una campagna anti-cinese dai connotati razzisti», degna continuazione del vecchio «piano imperialista contro Pechino e della guerra dell’Oppio?». A pensarlo sono due intellettuali di sinistra: il filosofo torinese del pensiero debole Gianni Vattimo e lo storico dell’Università di Urbino Domenico Losurdo, che sulla Cina moderna ha scritto più di un libro. Nel giorno in cui Gordon Brown annuncia il proprio boicottaggio politico delle cerimonie olimpiche, Losurdo si è incollato alla sua posta elettronica per lanciare un appello agli altri intellettuali italiani affinché si riveda l’interpretazione «troppo squilibrata» a favore dei monaci di quanto sta succedendo in questi mesi pre-olimpici dentro i confini del Tibet. Finora l’unico che ha risposto con interesse alla chiamata da Urbino è stato Gianni Vattimo, che ha dato l’ok alla bozza di Losurdo: «Sì, io firmo».

    CACCIA ALL’UOMO – «La stampa europea e quella italiana in particolare hanno accettato la versione dei monaci, e solo qua e là a spizzichi e bocconi si può leggere qualche informazione corretta sulla selvaggia caccia all’uomo di quei giorni in cui la polizia cinese fu chiamata ad intervenire troppo tardi, quando il più era già avvenuto». Riportare dunque all’ordine del giorno anche la vulgata cinese è la missione che i due intellettuali si sono proposti e per la quale sono al lavoro, limando il testo dell’appello da proporre ai loro colleghi, ma anche ai parlamentari e all’opinione pubblica. Una difesa vera e propria della Cina «dall’attacco occidentale»: «Prima l’indipendenza mascherata da autonomia del Tibet — protesta Losurdo — del Grande Tibet, poi della Mongolia interna e infine della Manciuria: non è altro che la versione aggiornata del piano imperialista inglese contro la Cina».

  15. rossidavvero Says:

    Pol.sco. mandaci anche il curriculum di Vattimo…

  16. initaliaglieroimangano Says:

    Marcello, leva dai coglioni sto stronzo che spacca la minkia con i suoi portaborse mafiosi!

Leave a Reply