Qualcosa di rosso

27 settembre 2007 | di Marcello Saponaro | Archiviato in Diritti (umani e altro), Libertà | 668 visite.

Uno dei tanti sms che andrebbero linkati:
“indossa qualcosa di rosso… per i monaci birmani e per la nostra libertà”Link:  Aung San Suu Kyi

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14 Responses to “Qualcosa di rosso”

  1. Pol.sco. Says:

    Nella tragedia birmana c’è chi vuole fermare gli assalti dei soldati e chi la marcia dei buddisti, ci sono parole forti e parole deboli. Bush, per esempio, la chiama “Birmania” già da prima che i monaci scendessero in piazza per gridare “democrazia” (parola fortissima, spirituale e reale) contro il regime corrotto e feroce dei militari che pretendono di affondare un popolo nel loro “Myanmar”, che danno la caccia ai giornalisti, che sventrano i monasteri, arrestano e uccidono i monaci colpevoli di aver avviato una protesta pacifica e libertaria. L’America del presidente che ha fatto della democrazia la sua strategia di politica estera invita le nazioni che possono esercitare influenza sulla Giunta a far qualcosa per fermare il massacro, per aiutare quella popolazione che aspira legittimamente a un futuro libero e si batte per averlo con la nonviolenza. E subito, l’America, aggrava le sanzioni, bracca i soldi di 14 alti dignitari di quella banda di colonnelli faccendieri che sparano ad altezza uomo contro monaci che in mano hanno ciotole vuote. E subito, l’America, appare la sola nazione a rispondere davvero al grido. Non è questo un caso di scuola per spiegare quando si deve e si può esercitare una forte ingerenza umanitaria? Sì. Non bastano le vigorose pressioni, vanno denunciati i balletti da Guerra fredda all’Onu, con russi e cinesi intenti a limare le parole deboli delle risoluzioni di condanna e a scongiurare altre sanzioni. Possibile che l’Europa e l’Italia sappiano solo manifestare “preoccupazione” (parola debole)?

  2. Marcello Saponaro Says:

    Credo di poter postare quanto segue senza ledere la privacy e il nome di nessuno in quanto sono stati inviati (entrambi i messaggi) nella mailing list pubblica dei verdi.

    > Mi permetto una prima sana provocazione:
    > non vi viene il sospetto (a voi
    > militanti del partito dei Verdi) che questi
    > monaci buddisti siano degli
    > utili idioti al servizio degli interessi USA
    > in zona? Non vi dice niente
    > il fatto che la Birmania già da alcuni anni
    > è stata inserita dal
    > Dipartimento americano come
    > “Stato canaglia”, come Cuba, Iran, Corea del
    > Nord, Irak?
    > Mi permetto una seconda sana provocazine:
    > da un punto di vista economico,
    > culturale, sociale, ecologico,
    > geopolitico, chi è il nemico???
    > Un grosso saluto.
    > Paolo Bogni

    Mi permetto di risponderti (a te militante di un partito “neonazista” per usare – forse – una “semplificazione”).

    Lo faccio per punti:

    - I vertici religiosi dei monaci sono nominati dallo stato birmano e, per questa ragione, non stanno protestando per la carneficina.

    - Alle ultime elezioni libere il partito di opposizione, la lega per la democrazia (il partito di Au Sun Suu Kyi) ottenne il 68%. Oggi la sua leader è agli arresti.

    - E’ evidente che gli interessi economici delle democrazie coincidano anche con la vittoria della democrazia là dove ci sono dittature… Questo non significa essere d’accordo con il bombardamento dell’Irak, né essere ciechi sui motivi per i quali gli Stati Uniti abbiano “portato la democrazia” in alcuni luoghi e non in altri, né tanto meno che il giorno dopo le bombe si presentano le aziende a firmare i contratti (i contratti che si firmano anche sotto le dittature e che servono a finanziare la nomenclatura e il regime). Ma non significa neppure nascondere il fatto che dove c’è democrazia non si muore per fame (in nessun luogo del mondo) e questo è un interesse non solo degli stati uniti ma anche dell’UE e – SOPRATTUTTO – di coloro che non muoiono né di fame né di pallottole “amiche”.

    - Gli stati uniti hanno fatto bene a inserire la Birmania (ora Myanmar dopo il colpo di stato) tra gli stati canaglia… sono uno stato canaglia. Come intervenire per riportare la libertà e la democrazia negli stati canaglia è un punto su cui spesso l’UE non è d’accordo con gli USA… ma che la Birmania lo sia….

    - il nemico è la giunta militare. Non ci sono proprio dubbi…

    Ciao

    Marcello

  3. Pol.sco. Says:

    Bravo
    W (solo) le democrazie

  4. CCC Says:

    Abbasso i troll!

  5. Pol.sco. Says:

    Cosa c’entrano i troll con uno che dice bravo a Marcello Saponaro?
    In questo caso è indubitabile che ha trollato CCC (alias Mauro)

  6. Ele Says:

    Giusto abbasso i troll.

  7. Pol.sco. Says:

    Le sanzioni contro la Birmania sono utili

    D’accordo, nessuno ha la soluzione. D’accordo, non esiste una formula miracolosa per far cedere la giunta militare che, una volta ancora, ha represso nel sangue la rivolta dei bonzi di Rangoon. Ma c’è una cosa almeno che bisognerebbe smettere di dire e che, ripetendola di continuo, diventa francamente insopportabile.

    È il ritornello delle «sanzioni-che-non-servono- a-niente-e-che-in-realtà-danneggiano-soltanto- coloro-che-vogliamo-aiutare». In primo luogo, c’è qualcosa di troppo facile nel parlare così, si intuisce troppo bene la scaltrezza di chi, comunque, non vuole fare niente, soprattutto non vuole tentare niente e ancor meno vuole complicarsi la vita, ed è fin troppo contento di poter ripetere, instancabilmente, senza verifica né riflessione, come un orologio a cucù fuori registro: «Le sanzioni non servono a nulla… le sanzioni non servono a nulla».

    Poi, il pretesto che il povero popolo sia il primo ad andarci di mezzo quando si puniscono i suoi dirigenti, il pretesto dell’angelo che fa la bestia e della dialettica delle intenzioni che si capovolgono, nel caso specifico, è particolarmente fuori luogo: il 75 per cento della popolazione birmana vive di sola agricoltura in un regime quasi autarchico; buona parte di questo 75 per cento vive nascosta nelle foreste per sfuggire a una repressione di cui abbiamo appena intravisto la costante e assoluta brutalità; i monaci stessi, letteralmente bhikku, mendicanti, vivono in una condizione di frugalità che è l’essenza del loro essere; il resto dell’economia, quella di un certo peso, è stata accaparrata da una cricca di ufficiali assassini che la controllano direttamente; insomma, siamo di fronte a un caso esemplare in cui, al contrario, se le sanzioni fossero applicate, andrebbero dritte al bersaglio, senza rischio di sbagliarlo, e indebolirebbero immancabilmente la gang del generale Than Shwe. Infine, per quanto riguarda il nocciolo della questione, cioè se le sanzioni servano o meno a qualcosa, se sia facile stabilirle, se sia facile attuarle e come attuarle; per quanto riguarda il tipo di meccanismo che conviene usare, di volta in volta, affinché esse funzionino, bisognerà finalmente dire le cose come stanno: le sanzioni non funzionano quando una parte del mondo le applica e l’altra parte ne approfitta, sia per violarle sia per occupare il posto (vedi Cuba ai tempi del defunto grande fratello sovietico); finiscono sempre per funzionare, invece, quando la comunità internazionale (vedi, fra gli altri, il Sud Africa) riesce a mettersi d’accordo e a contrapporre all’infamia un fronte pressoché unito di resistenza e di rifiuto. La Birmania rientra nel primo caso.
    È evidente che né gli appelli di Condoleezza Rice a irrigidire i toni né quelli di Nicolas Sarkozy a congelare gli investimenti nel Myanmar (il nuovo nome del Paese dopo che l’Ubu locale ha deciso di ribattezzarlo) saranno efficaci finché gli interessati vivranno nella certezza che: a) gli indiani continueranno a commettere bassezze per ottenere la concessione delle riserve di gas al largo della costa Rakhine; b) i russi ce la metteranno tutta per rendere operativo l’accordo di cooperazione nucleare firmato con la giunta lo scorso maggio; c) la China National Petroleum Corporation, al minimo segno di cedimento di Total o di Chevron, prenderà allegramente il loro posto nei consorzi incaricati di sfruttare colossali riserve di gas e petrolio; d) tutti i consumatori di oppio ed eroina del pianeta continueranno a rifornirsi in quello che è anche il primo «narco-Stato» del mondo.

    Ma è proprio ora che la diplomazia ha da dire la sua. È a questo punto che dobbiamo pretendere qualcosa da quella diplomazia dei diritti dell’uomo che, durante la campagna elettorale, ci ha fatto balenare davanti agli occhi promesse e meraviglie. La Francia ha una grande voce. La Francia, con gli Stati Uniti, è la più grande voce che ci sia al mondo. E non si può non pensare che sia giunto il momento, ora o mai più, di consentire a questa alleanza rinnovata, a questa amicizia riallacciata, quasi rigenerata, di esprimersi.
    Non ho consigli da dare al mio amico Bernard Kouchner. Ma è vero che da lui ci attendiamo uno di quei discorsi di cui so che ha il segreto: un discorso pieno di immaginazione, ispirato, generoso con le vittime, intransigente con gli assassini. Ed è vero, egli lo sa quanto me, che di fronte a situazioni simili, certe parole pesano come atti: per esempio se si decidesse di congelare i beni all’estero dei generali; se si prendesse il rischio di un braccio di ferro diplomatico con gli amici indiani; o se si lasciasse intendere ai cinesi — come facevamo insieme Kouchner ed io a proposito del Darfur — quanto sia difficile concepire che le Olimpiadi abbiano luogo nella capitale di un Paese che incoraggia un regime il cui sport nazionale sembra sia diventato quello di prendere al lazo, picchiare, deportare, torturare e, alla fine, assassinare uomini che hanno, come unica arma, una ciotola di lacca nera rovesciata.

    Bernard-Henri Lévy

  8. CCC Says:

    basta bush! stop bush!

  9. Pol.sco. Says:

    Gli americani e Bush hanno fatto molto di più degli europei in favore della democrazia in Birmania

  10. Ele Says:

    anche in Irak qualcuno ancora lo pensa ma da lì alla realtà ne passa

  11. Pol.sco. Says:

    Classico
    Non se ne parla di ammettere che gli USA sono migliori su una certa questione (vedi Birmania) rispetto all’Europa

  12. Pol.sco. Says:

    Così i presunti guerrafondai di Washington sono usciti vittoriosi da un altro negoziato impossibile e senza sparare un colpo. Entro il 31 dicembre il regime al potere in Corea del nord fermerà il proprio programma atomico, ne renderà pubblici tutti i dettagli – finora misteriosi – e smantellerà l’impianto più grande, a Yongbon. Su richiesta unanime delle sei nazioni che hanno partecipato ai negoziati, russi e cinesi inclusi, la rottamazione atomica sarà diretta da tecnici americani e finanziata con i soldi americani. Per soprammercato, l’Amministrazione Bush ha appena promesso una fornitura di petrolio per 25 milioni di dollari (servirà a salvare i coreani dall’arrivo dell’inverno). E’ la stessa Amministrazione che un mese fa non ha battuto ciglio – anzi, ha condiviso preziose informazioni – quando Israele ha bombardato e ucciso tecnici di Pyongyang che stavano svendendo tecnologia nucleare alla Siria. Ma la manutenzione del mondo per riportarlo dentro a standard accettabili di sicurezza comune è un esercizio che richiede fermezza molto più che forza e l’Amministrazione Bush ne è perfettamente consapevole. Cede quando può cedere, interviene quando deve intervenire, stipula tregue su più fronti e trova faticosamente l’accordo (quando un accordo è possibile). C’è riuscita con la Corea del nord, che esattamente un anno fa faceva esplodere per prova il suo primo ordigno nucleare (un bel risultato del multilateralismo inefficace di Bill Clinton e del suo vanitoso inviato, Jimmy Carter). Prima c’era riuscita con la Libia di Gheddafi, che ha rinunciato alla Bomba ed è uscita dalla lista degli stati sponsor del terrorismo. Sta riuscendo in Pakistan, dove gli americani sorvegliano una complessa triangolazione tra l’ex premier Benazir Bhutto e il presidente generale Musharraf per provare a costituire un potere politico solido e istituzionale, che sappia custodire l’arsenale atomico più vicino alle mani di al Qaida. Sta tentando anche in medio oriente, dove la Casa Bianca amministra la tregua debole tra Israele e i palestinesi: il segretario di stato Rice tra una settimana farà il suo settimo viaggio nella regione per preparare la conferenza di pace che si terrà nel Maryland a metà novembre. Anche se gli antibushisti con gli occhi cerchiati mistificano il racconto della politica estera degli Stati Uniti e passano la storiella pigra del pachiderma che mal si rigira nel negozio di cristalli, c’è Washington a reggere con pazienza gli argini delle tregue possibili.

  13. Pol.sco. Says:

    Non pensiamo sia il caso di farsi illusioni sull’annuale marcia per la pace Perugia-Assisi, o meglio, su quel che rimane dell’appuntamento ideato dal nonviolento Aldo Capitini all’inizio degli anni Sessanta. La kermesse organizzata da professionisti del pacifismo a senso unico, in programma per domenica prossima, fin dagli anni Ottanta – quando la parola d’ordine era la lotta contro l’installazione degli euromissili – è diventata un appuntamento ritualmente antiamericano e antisraeliano, oltre a occasione di visibilità per qualche politico in cerca di mostrine che lo accreditino presso i “movimenti”. Quest’anno, la Tavola della pace (coordinamento della pletora di sigle e di enti locali che organizzano la marcia) dichiara di voler mettere al centro dell’iniziativa le cruente vicende birmane. Si annunciano più di “cinquecento manifestazioni di solidarietà con la protesta nonviolenta dei monaci e del popolo birmano” in questi giorni che precedono la marcia, e si invitano i partecipanti a vestirsi di rosso, domenica 7 ottobre, in segno di appoggio alla lotta per la democrazia a Rangoon. Il compito è facilitato, c’è da dire, per il fatto che il simbolo ufficiale della marcia è una t-shirt rossa con la scritta “Tutti i diritti umani per tutti”. Poi, però, leggiamo nel comunicato di Flavio Lotti e Grazia Bellini, coordinatori della Tavola della pace, l’invito a marciare “per il popolo birmano e per tutti quei popoli che ancora oggi sono brutalmente oppressi come quelli palestinese, ceceno e tibetano”. Il tic antisraeliano è così duro a morire che non ci si vergogna a mettere nello stesso mazzo, uniti nella stessa riprovazione del pacifista doc, la giunta militare assassina di Than Shwe e un paese democratico in lotta per la sopravvivenza come Israele. Nelle ultime edizioni della Perugia-Assisi, ogni slogan, ogni scritta antisraeliana, ogni bandiera bruciata sono state fatte passare per incidenti di percorso. Stavolta, l’avallo lo troviamo nel comunicato di convocazione. A meno che non ci sia qualcuno che voglia ricordare che a Gaza i palestinesi sono oppressi da Hamas

  14. Pol.sco. Says:

    Bertinotti ha fatto togliere, prima che parlasse, la sciarpa rossa a un parlamentare dell’Udeur che portava al collo in segno di solidarietà ai tragici fatti d’oriente

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